Ringraziamenti FESTA dello SPORT 14 09 2026 - Yoga Novate Milanese

Festa dello Sport – Grazie di cuore

La Festa dello Sport di Novate Milanese è stata una giornata preziosa: un’occasione per incontrare, ascoltare, condividere e far conoscere da vicino il nostro lavoro. Ringraziamo di cuore tutti coloro che sono venuti a trovarci, chi ha partecipato alla dimostrazione, chi si è fermato a parlare con noi e chi ha semplicemente osservato con curiosità e rispetto. La vostra partecipazione ha dato valore a questa giornata.

In quella giornata ogni emozione ha trovato il suo posto: la gioia dell’incontro, la tensione che precede ogni gesto mostrato con sincerità, la paura sottile che accompagna ciò che ci sta a cuore, la coesione che nasce quando si respira insieme. È da questo intreccio che è emersa la bellezza più autentica della Festa dello Sport. Eleganza, presenza, cura del dettaglio e armonia sono stati i complimenti preziosi che abbiamo ricevuto: parole che ci hanno profondamente toccato e che confermano la qualità del cammino che stiamo costruendo.

La Festa dello Sport è una bella opportunità che ci permette di essere presenti, di mostrare la qualità del gesto, l’armonia della pratica e la profondità del nostro percorso. Un percorso che nasce da un passo, poi un altro, e così poco alla volta si costruisce qualcosa di solido.

Il nostro Metodo scientifico, in continuo aggiornamento, affonda le radici negli antichi testi dello Yoga autentico – dello Śāstra Yoga – e nella pratica dell’Ai‑Jutsu, disciplina unica al mondo che scolpisce corpo e anima del praticante. Attraverso la katana si tagliano le contaminazioni, si affina la percezione e si ritrova l’essenza del gesto, fino a raggiungere la parte più sottile di noi.

Per chi è rimasto affascinato, è possibile partecipare alle nostre lezioni introduttive di settembre, senza impegno: un modo semplice e rispettoso per sperimentare la pratica, conoscere l’insegnante e comprendere se questo percorso risuona con voi. Per maggiori informazioni sulle date e sugli orari delle lezioni, inclusi i corsi base in partenza, è disponibile la pagina dedicata L’Associazione – Info.

Il bello deve ancora venire. Grazie per aver condiviso con noi questa giornata: la vostra presenza è parte del nostro cammino.

Festa dello sport 2026 - Yoga Ai-Jutsu - Novate Milanese

Festa dello sport 2026 - Yoga Ai-Jutsu - Novate Milanese

La Settimana della Festa dello Sport si conclude domenica 13 settembre al Parco Ghezzi di Novate Milanese. Saremo presenti dal mattino e per tutta la giornata con il nostro stand: uno spazio dedicato all’ascolto, alle domande e alla possibilità di conoscere da vicino le nostre Arti.

Alle 16:30, presso il campo da basket, proporremo una dimostrazione che offrirà un assaggio dell’armonia del gesto e della qualità della pratica proprie dello Yoga e dell’Ai Jutsu. La dimostrazione terminerà alle 17:15, ma il nostro stand rimarrà attivo fino al termine della giornata.

Vi invitiamo a venirci a trovare, anche solo per un saluto, e a partecipare alla dimostrazione per condividere con noi questo momento speciale della comunità sportiva di Novate Milanese. Sarà un piacere incontrarvi.

Quest’anno abbiamo scelto una modalità diversa per accompagnarvi nella scoperta delle nostre attività — e in particolare dei due corsi base che partiranno a ottobre. Abbiamo pensato a un oggetto semplice, discreto, che possa vivere nel tempo e anche al di fuori di questo contesto: qualcosa che si possa tenere tra le pagine, ritrovare con naturalezza, lasciare riaffiorare il ricordo dell’incontro. L’unico modo per scoprirlo è venirci a trovare allo stand.

Anche senza decidere subito di iscriversi, questo piccolo oggetto resta: ritorna sotto gli occhi, mantiene un filo di continuità con ciò che avete incontrato al nostro stand. Il suo contenuto non è solo un collegamento, ma un invito. In qualsiasi momento potrete aprirlo e accedere alla pagina dedicata al corso base. E chissà: nel tempo potrebbe riservare una sorpresa, un approfondimento, un nuovo passo nel percorso.

Abbiamo curato ogni dettaglio — materiali, grafica, equilibrio degli elementi — perché crediamo che anche un oggetto semplice possa raccontare la qualità del nostro lavoro e il modo in cui ci prendiamo cura di ogni fase del percorso. È questa attenzione al dettaglio, alla persona e alla qualità del gesto che ci caratterizza e ci distingue.

Cosa potrete trovare al nostro stand?

Le nostre discipline nascono dall’incontro tra ascolto, consapevolezza e qualità del movimento. Che si tratti di Yoga, di Ai Jutsu o di entrambe, il cuore del nostro lavoro è aiutare le persone a ritrovare presenza, equilibrio e un rapporto più armonico con il proprio corpo e con lo spazio, nel rispetto delle possibilità di ciascuno.

Durante la giornata al Parco Ghezzi saremo disponibili per:

  • Ascoltare – domande, curiosità, esigenze personali rispetto alla pratica.
  • Orientare – spiegare con chiarezza come è strutturato il corso base e quali passi si possono compiere, anche in relazione alle altre lezioni che offriamo.
  • Far conoscere da vicino – offrire un assaggio concreto del nostro Metodo attraverso la dimostrazione e il dialogo allo stand.

Il nostro obiettivo non è solo “presentare un corso”, ma creare un primo incontro autentico: uno spazio in cui chi si avvicina possa percepire la serietà del percorso, la cura con cui viene costruito e la possibilità di trovare un luogo in cui praticare con continuità e rispetto. È questa attenzione al dettaglio, alla persona e alla qualità del gesto che ci caratterizza e ci distingue.

Yoga Novate - Buona estate e grazie per il percorso insieme

Buona estate e grazie per il percorso insieme

Con la fine di luglio si conclude un altro anno di pratica condivisa: un anno fatto di presenza, ascolto, movimento e ricerca. Desideriamo ringraziare tutte le persone che hanno partecipato alle attività dell’Associazione, per l’intero percorso o anche solo per una parte. Ogni partecipazione ha avuto valore e ha contribuito a dare forma alla nostra realtà.

Grazie per la fiducia, per il sostegno e per aver accolto una pratica sempre viva, in evoluzione, ricca di stimoli e di momenti da attraversare insieme.

La crescita è reciproca: ciò che accade sul tappetino, nella sala di Yoga o nel Dōjō esiste perché ci siete voi. È questo che rende ogni incontro speciale e significativo.

I corsi riprenderanno dal 1° settembre. Dopo Ferragosto pubblicheremo una comunicazione con tutte le informazioni per il rinnovo dell’abbonamento. Chi si avvicina per la prima volta alla nostra Associazione può contattarci tramite la pagina Contatti o telefonarci direttamente: saremo felici di accogliervi.

 

Settembre: due occasioni per incontrarci

Il Comune di Novate Milanese dedica quest’anno un’intera settimana allo sport e al benessere, e noi saremo presenti con entusiasmo.

Giovedì 10 settembre · 18:30–19:30. Nel giardino di Villa Venino proporremo una pratica aperta a tutti, immersi nella natura. Un momento semplice, sereno, in cui provare le discipline di Yoga e Ai‑Jutsu, respirare insieme e lasciarsi guidare dalla curiosità. Saremo presenti per accompagnarvi e rendere questa esperienza accessibile a chiunque desideri avvicinarsi alle nostre attività.

Domenica 13 settembre · Festa dello Sport – Parco Ghezzi. Ci ritroveremo alla tradizionale Festa dello Sport, dove saremo presenti per tutta la giornata con il nostro stand e con una dimostrazione delle discipline dalle ore 16:30 alle ore 17:15. È un’occasione per incontrarci, ascoltarci, scambiare qualche parola, osservare la pratica da vicino o semplicemente sentirvi parte del nostro percorso condiviso.

Vi auguriamo un’estate serena, luminosa e rigenerante: un tempo di riposo, ispirazione e nuove energie.

A settembre torneremo con la stessa passione che ci accompagna da sempre, pronti a proseguire insieme un cammino che cresce grazie a ciascuno di voi.

Ci rivediamo dal 1° settembre.

Oltre-l-immagine-verso-l-essenza-corsi-Yoga Novate

Yoga: oltre l’immagine, verso l’essenza

Quando sentiamo la parola Yoga, cosa immaginiamo davvero? Nella mente di molti appare una figura — spesso una donna — seduta a gambe incrociate, occhi chiusi, immersa in tecniche di respirazione. Una postura statica, silenziosa, quasi immobile. Per chi cerca dinamismo, movimento, energia, questa immagine può sembrare lontana, persino noiosa. E così, spesso, non ci si avvicina neppure alla disciplina, convinti che lo Yoga sia qualcosa che “ferma” la mente invece di liberarla.

In una metropoli come Milano, dove tutto corre e il tempo sembra avere una velocità diversa rispetto ad altre realtà, ritagliarsi uno spazio di quiete viene percepito come una perdita di tempo. La frenesia diventa la norma, e ciò che non produce, non accelera, non spinge… viene scartato.

Ma è davvero così?

Cosa dice la scienza, la ricerca, la psicologia?

La scienza contemporanea, la psicologia del benessere e la ricerca sul respiro raccontano tutt’altro. Gli studi sul Prāṇāyāma mostrano effetti concreti sul sistema nervoso, sulla gestione dello stress, sulla qualità del sonno, sulla concentrazione, sulla regolazione emotiva. La psicologia conferma che la pratica consapevole del respiro e del movimento riduce ansia, tensioni, iperattività mentale. La medicina integrata riconosce allo Yoga un ruolo fondamentale nel riequilibrio psicofisico.

E allora perché questa premessa?

Perché l’immagine che abbiamo dello Yoga è solo la superficie. Perché ciò che immaginiamo dello Yoga è spesso solo un frammento, una fotografia incompleta. Lo Yoga non è una postura statica. Non è un esercizio di respirazione. Non è un momento di immobilità.

Lo Yoga è un percorso.

Un percorso che richiede studio, ricerca, consapevolezza, conoscenza. Un percorso che ti porta a lasciare andare ciò che non serve: l’ego, il desiderio di competere, la necessità di primeggiare, la fretta di arrivare. Un percorso che ti spoglia di ciò che appesantisce e ti restituisce all’essenza.

Questa premessa serve a mostrare il contrasto tra ciò che crediamo che sia lo Yoga e ciò che lo Yoga è davvero. Serve a ricordare che, per comprenderlo, dobbiamo andare oltre l’immagine collettiva, oltre la superficie, oltre la postura.

Lo Yoga non è staticità: è presenza. Non è immobilità: è ascolto. Non è perdita di tempo: è recupero di sé.

L’immagine che accompagna questo articolo ritrae Paola, un’allieva della nostra scuola, durante la pratica. La sua postura semplice e autentica rappresenta perfettamente il senso profondo dello Yoga: presenza, ascolto, essenza. Non un’immagine costruita, ma un momento reale di consapevolezza — il cuore stesso del nostro percorso.

Se analizziamo la ginnastica come esempio, sappiamo che essa lavora direttamente sul corpo: sviluppa forza, resistenza, mobilità, coordinazione, elasticità. È un’attività fisica orientata al miglioramento delle capacità motorie e della performance corporea. Il suo obiettivo è chiaro: allenare il corpo per renderlo più efficiente.

Lo Yoga, invece, utilizza il corpo come strumento per accedere a livelli più profondi dell’esperienza umana. Lavora attraverso il corpo: usa il movimento, il respiro, la presenza mentale per raggiungere la mente, le emozioni, la consapevolezza.

La ginnastica ti fa fare. Lo Yoga ti fa essere. La ginnastica allena il corpo. Lo Yoga trasforma la vita.

Questa distinzione non vuole creare una gerarchia, ma chiarire che lo Yoga non può essere ridotto a un semplice esercizio fisico: è un percorso che coinvolge la totalità della persona, un cammino che unisce corpo, mente e spirito.

Ed è proprio da questa differenza che possiamo comprendere il senso più profondo della parola Yoga. Il termine deriva dalla radice sanscrita yuj, che significa unire, congiungere, mettere insieme. Yoga è l’unione tra corpo, mente e spirito; tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare; tra il mondo esterno e quello interno.

Se aggiungiamo la parola Śāstra, entriamo in un territorio ancora più vasto e antico. Śāstra significa trattato, insegnamento, sapere codificato. Yoga Śāstra è l’insieme delle conoscenze che guidano la pratica, la filosofia, l’etica, la meditazione, la disciplina.

Non è un manuale tecnico: è un mondo. Un mondo che richiede impegno, costanza, sincerità verso sé stessi. Un mondo che invita a trasformare la pratica in un percorso di consapevolezza.

Comprendere il significato di Yoga Śāstra ci permette di vedere questa disciplina nella sua interezza: non come un insieme di posture, ma come un percorso di unione, conoscenza e trasformazione. Ed è proprio quando lo Yoga viene vissuto come cammino autentico che accade qualcosa di essenziale: l’ego non trova più spazio. Non perché venga combattuto, ma perché viene trasceso. Si dissolve come una nebbia sottile quando la luce dello studio, della ricerca, della consapevolezza e della conoscenza inizia a brillare dall’interno.

Lo Yoga ti porta a osservare con sincerità sentimenti negativi come la rabbia, la tristezza, l’invidia, il rancore, la sofferenza. E, passo dopo passo, questi sentimenti perdono forma e si trasformano. Non perché vengano repressi, ma perché non sono più necessari. La pratica apre uno spazio nuovo, più ampio, più libero.

Il desiderio di competere svanisce. La necessità di primeggiare si dissolve. La frenesia perde potere. Rimane solo l’essenza.

Lo Yoga non è una performance. Non è una gara. Non è un risultato da ottenere.

È un cammino che richiede studio, ricerca, consapevolezza, conoscenza, sincerità verso sé stessi, impegno. Quando queste dimensioni si intrecciano, nasce una qualità nuova: l’essenza. Quella che non ha bisogno di dimostrare nulla. Quella che non compete. Quella che non vuole essere “più” di qualcun altro. Quella che semplicemente è.

Lo Yoga è un percorso da avvicinare, attraversare, vivere. Un cammino che ti spoglia di ciò che appesantisce e ti restituisce alla tua verità più profonda. La ginnastica allena il corpo. Lo Yoga allena la vita.

E allora, dopo tutto questo viaggio, una domanda sorge spontanea: sei disposto a concederti il tempo necessario per incontrare davvero te stesso?

Il Plesso Solare - dove il corpo ascolta, dove la mente risponde

Il Plesso Solare: dove il corpo ascolta, dove la mente risponde

Ci sono luoghi del corpo che sembrano avere una voce propria. Non parlano con le parole, ma con sensazioni che arrivano all’improvviso: un calore che si apre, una tensione che si chiude, un piccolo vortice che si muove quando qualcosa ci tocca nel profondo.
Il plesso solare è uno di questi luoghi.
È un centro che non si limita a funzionare: sente, registra, trasforma.
È il punto in cui la fisiologia incontra la vita emotiva, dove la scienza si intreccia con la tradizione, dove la pratica diventa ascolto.
Nella parte alta dell’addome, proprio sotto il diaframma, c’è questa rete intricata di nervi che la medicina chiama plesso celiaco. È un crocevia silenzioso, un nodo del sistema nervoso autonomo che coordina funzioni vitali e risposte profonde. Quando siamo sereni, questo luogo si distende; quando siamo sotto pressione, si contrae come se volesse proteggerci.
È sorprendente quanto il corpo sappia raccontare ciò che la mente non ha ancora formulato.
Eppure, per chi pratica Yoga, questo punto non è soltanto una struttura anatomica: è una soglia.
Un luogo in cui la volontà diventa gesto, dove il respiro incontra la forza e la trasforma in presenza. È qui che ogni praticante scopre che la stabilità non nasce dalle braccia o dalle gambe, ma da un centro più profondo: un punto che non si vede, ma che sostiene tutto.
Ogni Āsana è un viaggio. All’inizio è tentativo, poi diventa ascolto, poi diventa forma. E in questo percorso – fatto di lezioni, di piccoli progressi, di giorni in cui il corpo risponde e giorni in cui sembra restare indietro – si rivela la gioia più autentica della pratica: vedere che qualcosa cambia, lentamente, ma davvero.
Il plesso solare è il simbolo di questa trasformazione. Qui si accende la perseveranza, qui si scioglie la paura di non riuscire, qui nasce la fiducia che permette al corpo di aprirsi e alla mente di restare. Ogni volta che un Āsana si stabilizza, non è solo il corpo a trovare equilibrio: è la persona intera che scopre una nuova possibilità.
Nella tradizione yogica, questo centro è Manipūra, il chakra del fuoco. Un fuoco che non brucia, ma illumina. Un fuoco che non impone, ma sostiene. Un fuoco che non domina, ma guida. È il punto in cui l’energia vitale si trasforma in forma, dove la volontà diventa gesto, dove la pratica diventa cammino.
Anche l’Āyurveda guarda a questo luogo come sede di Agni, il fuoco digestivo ed emotivo. Qui si compie la trasformazione: del cibo in energia, delle esperienze in comprensione, delle emozioni in azioni, delle intenzioni in volontà. Quando Agni è equilibrato, la mente è chiara, la digestione stabile, la direzione interiore limpida. Quando si indebolisce, tutto si appesantisce: il corpo, la motivazione, la capacità di scegliere. Quando è eccessivo, brucia troppo: irritabilità, impazienza, tensione.
Nella letteratura orientale, il plesso solare è spesso evocato come luogo del “fuoco interiore”, il centro da cui nasce il gesto che cambia il mondo.
Nelle arti marziali, è il punto da proteggere, da rafforzare, da ascoltare: un colpo qui può togliere il fiato, ma una presenza stabile qui può trasformare la postura, la reazione, la lucidità.
Così, il plesso solare diventa un sole interno: un centro che illumina senza bruciare, che sostiene senza forzare, che guida senza dominare.
La pratica diventa un cammino di luce: non una conquista atletica, ma un modo di abitare sé stessi con più consapevolezza, più calma, più gratitudine.
A completamento di questo percorso sul plesso solare, abbiamo scelto di accompagnare l’articolo con l’immagine di Leda in Ardha Baddha Padmottānāsana.
La sua postura non è soltanto una forma: è il risultato di equilibrio, costanza e presenza. È ciò che accade quando il centro è stabile, quando il corpo risponde con precisione e quando la volontà si traduce in gesto. In questa posizione, il plesso solare diventa un punto di organizzazione interna: non un concetto astratto, ma un luogo in cui la forza si coordina, la postura si definisce e la mente rimane chiara.
Leda, con la solidità del suo appoggio e la qualità del suo allineamento, rappresenta ciò che la pratica insegna ogni giorno: che l’equilibrio non è un dono, ma una scelta; che la stabilità nasce dall’attenzione; che la postura è il risultato di un lavoro costante, paziente, consapevole.
In questa immagine, il corpo non mostra soltanto una posizione: mostra una decisione.
La decisione di esserci, di ascoltare, di mantenere la centratura.
Perché ogni equilibrio conquistato è già una conquista.

Breve approfondimento sul plesso solare

Anatomia

Rete nervosa situata dietro lo stomaco e davanti all’aorta. Comprende gangli celiaci, nervo vago, fibre simpatiche e parasimpatiche. Coordina funzioni viscerali come digestione, secrezioni e tono vascolare.

Scienza

Nodo del sistema nervoso autonomo, coinvolto nelle risposte allo stress. Registra tensione, ansia, variazioni emotive. Studiato in neurologia, gastroenterologia e terapia del dolore.

Funzione fisiologica

Integra segnali tra cervello e organi addominali. Sensibile alla respirazione, alla pressione interna, allo stato emotivo. Responsabile di molte sensazioni “allo stomaco”.

Manipūra

Terzo chakra, sede del fuoco interiore. Rappresenta volontà, direzione, trasformazione. Sostiene postura, respiro e chiarezza mentale.

Āyurveda – Agni

Fuoco digestivo fisico ed emotivo. Trasforma cibo, esperienze ed emozioni. Agni equilibrato = energia stabile; Agni debole = pesantezza; Agni eccessivo = irritabilità.

Psicologia corporea

Centro della volontà e dell’autoregolazione emotiva. Qui si manifestano ansia, paura, responsabilità, tensione anticipatoria.

Letteratura e simbolismo

Luogo del fuoco interiore, del gesto consapevole, del cuore‑mente (kokoro). Simbolo di trasformazione e presenza.

Arti Marziali

Punto da proteggere e rafforzare. Collegato alla stabilità, alla respirazione profonda, alla capacità di mantenere presenza sotto pressione.

Il gesto che rivela la Via - Yoga a Novate Milanese

Il gesto che rivela la Via: estrarre per Ritrovarsi

La prima volta che si estrae una Katana non è mai un gesto naturale. La lama che emerge dal saya sembra chiedere qualcosa, come una verità che affiora dal cuore. Le mani tremano appena, le spalle si irrigidiscono, il fiato si accorcia. Non è paura dell’errore: è il timore di ciò che il gesto rivela di noi.

Eppure, proprio in quell’impaccio nasce qualcosa. Un desiderio silenzioso di imparare, di capire, di migliorare.

Il principiante scopre presto che l’estrazione — nukitsuke — non è guidata dalla forza, ma dalla presenza. Ogni millimetro è un dialogo tra corpo, respiro e intenzione. È un varco, un inizio, un incontro.

Per comprendere davvero cosa accade in quell’istante, bisogna tornare indietro. Molto indietro.

Nell’epoca dei Samurai, la lama che scivolava fuori dal saya non era un gesto tecnico: era un voto. Un atto che racchiudeva vita e morte, ma anche disciplina, etica, responsabilità. Il Samurai non provava solo tensione o concentrazione: provava consapevolezza.

Ogni estrazione era un atto morale, un’espressione del Bushidō, la Via del Guerriero.

La Katana non era un’arma: era un’estensione dell’anima, un impegno verso sé stessi e verso il mondo.

La lama era specchio: mostrava la qualità della presenza, la sincerità dell’intenzione, la limpidezza del cuore.

Anche la sua nascita era un rito. Strati di acciaio piegati, battuti, purificati. Ogni colpo del fabbro era meditazione, ritmo, trasformazione. La Katana diventava simbolo di purezza, verità, responsabilità. Non un oggetto, ma una Via.

Eppure, ciò che accadeva allora non è distante da ciò che accade oggi. Per un praticante di Ai‑Jutsu, l’estrazione della Katana non è un gesto bellico: è un ritorno a sé. All’inizio si è impacciati, timorosi, incerti.

Si teme di non essere all’altezza, di non “meritare” uno strumento così antico e carico di significato. Ma proprio in quella fragilità si rivela la forza dell’Ai‑Jutsu: la pratica non chiede solo perfezione, chiede sincerità. Perché il gesto diventa davvero perfetto solo quando nasce da una presenza autentica.

Poi, un giorno, accade qualcosa. Un istante minuscolo, quasi invisibile. La lama emerge dal saya e, per la prima volta, non senti più paura. Senti presenza. Il gesto non è più un’azione verso l’esterno, ma un ritorno verso l’interno. Non stai più estraendo una lama: ti stai incontrando. Stai incontrando la parte più intima e autentica di te, quella che emerge in ogni estrazione e che, per un istante, è lì davanti a te, nitida.

Con il tempo, il corpo impara. Le mani si rilassano, il respiro guida, la mente si fa chiara.

La Katana non è più un oggetto esterno: diventa un compagno silenzioso, un maestro discreto.

Ogni nukitsuke è un taglio simbolico che libera ciò che offusca: tensioni, pensieri, emozioni stagnanti. E allora capisci davvero cosa cambia quando impari a estrarre la Katana: non diventi più bravo — diventi più vero.

L’estrazione diventa meditazione. Un gesto che non serve a colpire, ma a rivelare. La lama che emerge dal saya è la stessa verità che emerge dal cuore: limpida, essenziale, inevitabile.

La pratica dell’Ai‑Jutsu conduce all’essenza. A un luogo interiore dove il gesto è puro, dove la mente è quieta, dove la presenza è totale.

L’estrazione della Katana è un ponte tra epoche: dal fabbro che forgia la lama, al Samurai che la porta come voto, al praticante che la usa per ritrovare sé stesso.

È un gesto che attraversa la storia, la letteratura, la filosofia.

Un gesto che cambia chi lo compie.

Un gesto che, quando diventa presenza, non è più tecnica: è Via.

Quando la lama scivola fuori dal saya, non è il mondo a cambiare: sei tu.

Ogni estrazione è un ritorno, un chiarimento, un taglio che libera ciò che non serve più.

La Katana non divide: rivela.

E quando il respiro guida la mano e la mente tace, allora l’estrazione non è più un gesto.

È la Via che prende forma attraverso di te.

Approfondimento – Che cos’è nukitsuke?

Nukitsuke (抜き付け) è il gesto che unisce l’estrazione della katana al primo taglio, in un unico movimento fluido e indivisibile. Il termine deriva da nuku (“estrarre”) e tsukeru (“portare, applicare”), e indica l’atto di “estrarre con intenzione”.

Nel contesto dello Iaidō, nukitsuke non è solo un gesto tecnico: è il momento in cui intenzione e movimento coincidono. La lama esce dal saya e, nello stesso istante, emerge la parte più autentica del praticante. Per questo, nelle scuole tradizionali, è considerato un atto di sincerità: il gesto rivela lo stato interiore più di qualsiasi parola.

Un antico racconto zen dice che la vera prontezza non nasce dall’assenza di paura, ma dalla capacità di non lasciarsene guidare. Nukitsuke incarna proprio questo: la precisione del gesto nasce dalla presenza, non dalla forza.

Yoga Novate - Celebrare insieme la luce del solstizio

Celebrare insieme la luce del solstizio

Il 21 giugno è sempre un giorno che porta con sé una qualità particolare: la luce si allunga, il tempo sembra distendersi, e l’estate si affaccia come una soglia che si apre. È in questa atmosfera sospesa e luminosa che ogni anno si celebra la Giornata Internazionale dello Yoga, un invito globale a ritrovare presenza, ascolto e consapevolezza.

Per la nostra Associazione, questa giornata non è mai stata solo una ricorrenza: è un’occasione per riconoscere il valore del cammino che condividiamo, la bellezza delle relazioni che nascono sul tappetino, la cura che ognuno porta nella pratica e nella comunità.

Il nostro percorso nasce da un desiderio semplice e profondo: creare uno spazio in cui il corpo possa sentirsi accolto, la mente possa rallentare e il respiro possa diventare un gesto di verità. Ogni lezione è un incontro, un momento in cui ci si ritrova così come si è, con le energie del giorno, con le fatiche, con le gioie, con ciò che c’è. E lentamente, attraverso il movimento e l’ascolto, qualcosa si allenta, qualcosa si chiarisce, qualcosa si apre. Anche quando ognuno è sul proprio tappetino, c’è un filo sottile che unisce: una qualità di presenza condivisa che rende ogni gesto più pieno, più vero, più umano.

Domenica 21 giugno ci siamo ritrovati al Palazzetto dello Sport di Novate Milanese per una lezione dedicata, pensata per accogliere chi pratica da tempo e chi si avvicina per la prima volta. In quello spazio ampio, che per una mattina è diventato la nostra sala di pratica, abbiamo portato il ritmo del respiro, la cura dei movimenti, la concentrazione che nasce quando si pratica insieme. C’è stata la forza del gruppo, la delicatezza dei gesti, la bellezza di vedere tanti corpi diversi muoversi con un’intenzione comune. È in questi momenti che si percepisce quanto la pratica sia anche relazione: un modo di esserci, di sostenersi, di condividere un tempo che ha il sapore della cura.

Dopo la lezione ci siamo mossi insieme verso il Parco Ghezzi, lasciando che la pratica si trasformasse, che la sala si aprisse al cielo, che il respiro trovasse un ritmo nuovo. Camminare insieme è stato già parte dell’esperienza: un passaggio naturale, un piccolo rito che ci ha accompagnati dall’interno all’esterno, dalla concentrazione alla distensione, dal pavimento al prato.

Nel cuore del parco abbiamo dedicato un momento al Prāṇāyāma, immersi nel verde e circondati dai suoni della natura. Praticare il respiro all’aperto ha avuto una qualità diversa: l’aria più viva, il corpo più ricettivo, la mente più ampia. In quel cerchio, ognuno con la propria storia e la propria sensibilità, abbiamo sentito come il respiro individuale potesse accordarsi a quello degli altri, creando una trama sottile fatta di presenza, silenzio e ascolto reciproco.

Per chi ha desiderato proseguire, la mattinata si è conclusa con un momento conviviale al Chiosco: semplice, informale, autentico. Sedersi insieme dopo aver condiviso il movimento e il respiro ha avuto un sapore speciale: come se il corpo, dopo essersi aperto nella pratica, fosse più disponibile anche all’incontro con l’altro. Questi momenti di convivialità sono parte importante della nostra Associazione: sono il luogo in cui le relazioni si approfondiscono, in cui nascono nuove amicizie, in cui si costruisce quella familiarità che rende ogni lezione un ritrovarsi.

La Giornata Internazionale dello Yoga, istituita dalle Nazioni Unite nel 2014 su proposta dell’India, nasce proprio con l’intento di ricordare al mondo il valore universale dello Yoga come strumento di benessere, equilibrio e armonia. La scelta del 21 giugno non è casuale: il solstizio d’estate è da sempre considerato un momento di trasformazione, un invito a portare più luce nella propria vita, a lasciare andare ciò che appesantisce, a fare spazio a ciò che nutre. In questa giornata, milioni di persone in tutto il mondo si ritrovano per praticare, meditare, respirare.

E noi, nel nostro piccolo, con la lezione al Palazzetto dello, il Prāṇāyāma al Parco Ghezzi e il tempo condiviso insieme, ci siamo inseriti in questo grande movimento globale, portando la nostra sensibilità, la nostra cura, il nostro modo di intendere lo Yoga come pratica di presenza e relazione.

Celebrare insieme ha significato riconoscere che la pratica non è solo un gesto individuale, ma un’esperienza condivisa. Ha significato ricordare che ogni respiro, ogni movimento, ogni momento di silenzio ha valore non solo per chi lo vive, ma anche per la comunità che lo accoglie.

È stata una mattina di luce, di ascolto, di incontro. Una soglia che si è aperta, un filo che ci ha uniti, una trama che abbiamo intrecciato insieme.

Un grazie di cuore a tutte le persone che hanno partecipato e reso speciale questa giornata.

La Lama Interiore, la relazione che forma il praticante - Yoga Novate

La Lama Interiore: la relazione che forma il praticante

Nelle Arti Marziali la relazione tra allievo e insegnante non è un dettaglio della pratica: è il suo cuore silenzioso. Ogni disciplina marziale custodisce un modo di trasmettere. È un dialogo di posture, di respiri, di intenzioni che si incontrano. Un linguaggio antico, essenziale, che non ha bisogno di molte parole per essere compreso.

L’allievo entra nel Dōjō con il suo mondo interiore: le abitudini, le paure, la fretta, i pensieri che lo inseguono. L’insegnante lo accoglie senza giudizio, ma con una presenza che orienta. Non indica soltanto come muoversi: mostra da dove nasce il gesto. È un invito a spostare l’attenzione dal fare all’essere, dal movimento esterno alla qualità del movimento interno.

Nelle prime fasi della pratica, l’allievo osserva. Osserva il maestro, osserva i compagni, osserva sé stesso. L’osservazione è già un atto marziale: affina la percezione, educa alla calma, apre lo spazio in cui i neuroni specchio iniziano a lavorare. Il corpo impara prima della mente. Il gesto dell’insegnante si imprime come un’eco sottile, e l’allievo lo ripete senza sapere ancora perché funziona. È un apprendimento incarnato, naturale, profondamente umano.

L’attenzione è la prima forma di rispetto: verso il maestro, verso la tradizione, verso sé stessi. È ciò che permette al gesto di diventare Via, alla Via di diventare pratica, e alla pratica di diventare trasformazione.

Nell’Ai-Jutsu, come nella vita, ciò che guardiamo con attenzione ci forma. Ciò che guardiamo distrattamente ci deforma.

La katana non taglia solo nello spazio: taglia nella mente. E l’attenzione è la mano che la guida.

Nell’Ai-Jutsu questo è evidente: un taglio eseguito senza presenza non “taglia” nulla, né fuori né dentro. È un gesto vuoto, privo di radice.

L’attenzione non è un accessorio: è la lama interiore. È ciò che permette al gesto di essere gesto, e non imitazione. È ciò che trasforma la ripetizione in apprendimento e l’apprendimento in trasformazione.

Con il tempo nasce la fiducia. Non una fiducia cieca, ma una fiducia che si costruisce passo dopo passo, caduta dopo caduta. L’insegnante offre fermezza e cura insieme: guida con precisione, ma lascia sempre uno spazio in cui l’allievo possa scoprire la propria forza. Non protegge dall’errore: insegna a trasformarlo. Non impone la direzione: la rivela.

La relazione diventa allora un luogo di trasformazione reciproca. L’allievo cresce perché si sente visto, sostenuto, accompagnato. Il maestro cresce perché ogni allievo porta una domanda nuova, un limite diverso, un modo unico di attraversare la pratica. È un cerchio che si alimenta da entrambe le parti: nessuno dei due rimane uguale a sé stesso.

Arriva poi un momento sottile, quasi impercettibile, in cui l’allievo inizia a vedere oltre ciò che gli è stato mostrato. Il gesto si fa più personale, più vero. L’insegnante riconosce questo passaggio e lo accoglie con gratitudine: il compito del maestro non è trattenere, ma permettere. Non è creare copie, ma generare libertà.

Ciò che resta, oltre la tecnica, è la qualità della presenza. L’Ai‑Jutsu insegna a stare nel mondo con precisione e gentilezza, con decisione e ascolto. Insegna a respirare prima di reagire, a guardare prima di muoversi, a scegliere il gesto più semplice e più necessario. È questo che l’allievo porta con sé fuori dal tatami: non una sequenza di movimenti, ma un modo diverso di abitare la vita.

La relazione allievo‑insegnante è dunque un ponte. Un ponte che non si vede, ma che sostiene. Un ponte fatto di rispetto, di silenzio, di piccoli progressi quotidiani. Un ponte che continua a esistere anche quando l’allievo cammina da solo, perché ciò che è stato trasmesso non si perde: si trasforma, si espande, diventa parte del suo modo di essere.

Ed è in questo passaggio invisibile che l’Ai-Jutsu rivela la sua natura più profonda: un’Arte che non insegna soltanto a muovere il corpo, ma a muovere la vita con consapevolezza.

Tre tappetini, tre colori, una sola pratica. la diversità come fondamento dello Yoga

Tre tappetini, tre colori, una sola pratica: la diversità come fondamento dello Yoga

Durante una sessione di Yoga della nostra scuola a Novate Milanese, tre tappetini colorati erano già disposti per la pratica. Tre tonalità diverse, tre modi di occupare lo spazio, tre presenze che ancora non si erano incontrate. Eppure, osservandoli, si percepiva già un’armonia silenziosa, come se quei colori, pur così distinti, stessero aspettando di accordarsi in un’unica vibrazione.

Quando ognuna si è posizionata sul proprio tappetino, quell’immagine si è trasformata in un piccolo insegnamento: la diversità non è qualcosa da superare, ma da abitare. Ogni tappetino è un territorio personale, un confine sacro in cui ciascuno porta la propria storia, il proprio corpo, il proprio respiro. Eppure, nel momento in cui la pratica inizia, quei territori non si isolano: si intrecciano, si ascoltano, si armonizzano.

Lo Yoga, nella sua essenza più antica, non ha mai chiesto uniformità. Ha sempre chiesto presenza, verità, autenticità. Nelle Upaniṣad, l’unità del tutto convive con la molteplicità delle forme. Nel Sāṃkhya, la pluralità degli individui è riconosciuta come infinita e irriducibile. Nella Bhagavad Gītā, Kṛṣṇa ricorda ad Arjuna che ogni essere manifesta il divino in modo unico, e che la via spirituale non è mai identica per due persone. Lo Yoga non mira a cancellare le differenze, ma a trascenderle attraverso la consapevolezza. Non chiede di essere uguali: chiede di essere veri.

Così, quei tre tappetini diversi diventano una metafora perfetta: la pratica non uniforma, ma accoglie. Non appiattisce, ma amplifica. Non pretende copie, ma celebra presenze.

Se osserviamo la natura con attenzione, ci accorgiamo che la diversità non è un concetto astratto: è la trama stessa della vita. Basta passeggiare nei parchi o lungo i viali alberati per vedere che nessun tronco è identico a un altro, nessuna chioma cresce nello stesso modo, nessuna radice affonda con la stessa geometria. La natura non copia: crea. Non ripete: varia. Non uniforma: orchestra.

Per questo oggi scegliamo di praticare Vṛkṣāsana, la posizione dell’albero, come gesto simbolico e consapevole. Ogni albero è diverso, e così ogni praticante. C’è chi oscilla e chi rimane stabile, chi trova subito il proprio equilibrio e chi lo cerca con pazienza, chi apre le braccia verso l’alto e chi le tiene raccolte al cuore. Eppure, in questa diversità, tutti condividono la stessa intenzione: radicarsi per crescere, trovare stabilità nella propria forma unica, non in quella degli altri.

Vriksanana

La natura ci ricorda continuamente che l’unicità non è un difetto, ma un principio vitale. E se pensiamo ai fiocchi di neve, il messaggio diventa ancora più chiaro: non ne esiste uno uguale all’altro, e proprio questa irripetibilità li rende meravigliosi. Wilson Bentley, il primo a fotografare i cristalli di neve nel 1885, disse una frase che oggi risuona perfettamente con il nostro tema: “Ogni fiocco di neve è un capolavoro.”

E se ogni fiocco di neve è un capolavoro, lo è anche ogni persona sul proprio tappetino. La pratica dello Yoga non ci chiede di essere identici, ma autentici. Non ci chiede di imitare, ma di incarnare la nostra forma più vera. Così come la natura celebra la diversità in ogni sua manifestazione, anche noi, nella sala della nostra Associazione, celebriamo la bellezza di essere diversi e presenti, insieme.

All’interno della nostra comunità, questo tema non è un concetto astratto: è un’esperienza quotidiana. Negli anni abbiamo imparato che ogni praticante porta un mondo, che ogni corpo racconta una storia, che ogni percorso richiede rispetto, ascolto e cura. La diversità si manifesta in ogni lezione: nelle varianti proposte, nei tempi di apprendimento, nelle emozioni che emergono, nei modi in cui ciascuno abita il proprio tappetino.

La nostra pratica non cerca di normalizzare i praticanti, ma di accompagnarli. Non chiede di adeguarsi a un modello, ma di trovare il proprio modo di respirare, di muoversi, di essere. Per questo, la foto dei tre tappetini non è solo un’immagine: è un manifesto. Racconta chi siamo come comunità: diversi, uniti, presenti.

Nello Yoga, l’unità non è uniformità. È armonia. È la capacità di riconoscere che ogni differenza è un colore della stessa tavolozza, un suono della stessa vibrazione, un passo della stessa danza. E così, quei tre tappetini diversi, in una sera qualunque a Novate Milanese, ci ricordano che la pratica è un luogo in cui la diversità non solo è accolta, ma celebrata. Perché è proprio grazie alle differenze che possiamo incontrarci davvero.

E allora, mentre tre tappetini diversi si sfiorano nella nostra sala di Yoga, comprendiamo che la diversità non è un tema da celebrare un giorno all’anno, ma un respiro da onorare ogni volta che ci incontriamo. Perché è nelle differenze che la vita trova il suo ritmo, è nelle sfumature che la luce diventa colore, è nelle nostre unicità che l’umanità si riconosce intera. E quando, anche solo per un istante, tre persone diverse respirano insieme, la diversità smette di essere distanza e diventa armonia. Diventa Yoga.

Giornata Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo

La Giornata Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo si celebra ogni anno il 21 maggio. È stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2002, dopo la Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale dell’UNESCO (2001), che riconosce la diversità culturale come patrimonio comune dell’umanità.

Nel 2005, la Convenzione UNESCO sulla Protezione e Promozione della Diversità delle Espressioni Culturali ha rafforzato questo principio, sottolineando che la diversità non è solo un valore culturale, ma una condizione essenziale per la pace, lo sviluppo sostenibile e la cooperazione tra i popoli.

Questa giornata è collegata agli Obiettivi dell’Agenda 2030, in particolare: – Obiettivo 10: riduzione delle disuguaglianze – Obiettivo 16: pace, giustizia e istituzioni solide

Ogni anno, l’UNESCO invita a compiere un “atto di diversità”: un gesto concreto che favorisca incontro, ascolto e dialogo.

La gioia di praticare Ai-Jutsu - Yoga a Novate Milanese

La gioia di praticare Ai-Jutsu

C’è una leggerezza particolare che nasce quando si pratica Ai‑Jutsu. Non è la leggerezza superficiale di chi vuole scappare dai pensieri, né quella artificiale che si cerca distrattamente nelle giornate troppo piene. È una leggerezza diversa: quella che arriva quando il corpo si muove nella verità del gesto, diventando armonioso, e la mente finalmente smette di opporre resistenza, alleggerendosi da ogni pensiero negativo.

In Dōjō, nel cuore di Novate Milanese, succede qualcosa che spesso, nella vita di tutti i giorni, dimentichiamo. Il mondo rallenta. Il respiro si fa più profondo. E il corpo, che nella vita quotidiana porta tensioni, posture rigide, micro-contrazioni invisibili, comincia a ritrovare la sua naturale armonia.

La psicologia lo spiega bene: quando entriamo in uno stato di presenza attiva — quello che in Ai‑Jutsu nasce spontaneamente mentre segui il ritmo del kata — il cervello riduce l’attività delle aree legate al pensiero ricorrente e all’ansia. La chimica interna cambia: cortisolo giù, endorfine su. È come se qualcuno aprisse una finestra dentro di noi e lasciasse entrare aria nuova, più fresca.

E allora il corpo risponde. Le spalle scendono. La mandibola si rilassa. Il movimento diventa più fluido, più vero, più armonioso. Non stiamo “facendo” Ai‑Jutsu: lo stiamo vivendo, lo stiamo interiorizzando.

C’è una gioia sottile, quasi infantile, nel ritrovare ogni volta la gioia di praticare questa disciplina. Una gioia che non ha bisogno di spiegazioni: nasce dal gesto, dal respiro, dal suono della katana che taglia l’aria, dalla presenza del gruppo, dalla guida del Sensei.

È una gioia che non pesa, non pretende, non chiede risultati. È una gioia che accade.

E quando accade, senti che qualcosa dentro di te si riallinea. Che la giornata prende un altro colore. Che il corpo diventa più leggero non perché hai lasciato andare qualcosa, ma perché qualcosa ha lasciato andare te.

È curioso come ci si accorga del valore di una pratica proprio quando manca. Salti una lezione — per lavoro, stanchezza, imprevisti — e all’inizio non gli dai peso. Poi, durante la giornata, senti un piccolo vuoto. Una tensione che non si scioglie. Un pensiero che rimane lì, sospeso, come un nodo che non trova il suo taglio.

La psicologia direbbe che il cervello sente la mancanza del suo “reset”. La chimica direbbe che ti manca quella scarica di endorfine e dopamina che il movimento consapevole produce. Ma chi pratica Ai‑Jutsu lo sa in un altro modo: ti manca quella parte profonda di te stesso che ritrovi solo lì.

Ti manca quel luogo dove puoi essere pienamente presente. Ti manca il gesto che ti riporta al centro. Ti manca la sensazione di tornare a te stesso, ogni volta un po’ di più.

L’Ai‑Jutsu non è solo disciplina, tecnica, studio del movimento o studio dei kata. È anche — e forse soprattutto – una Via che ci aiuta ad alleggerirci. Non perché elimina i pesi della vita, ma perché ti insegna a portarli diversamente. A respirare dentro le difficoltà. A muoverti con più spazio, più ascolto, più verità.

E così, mentre il corpo impara a tagliare, la mente impara a lasciar andare. Mentre il gesto si affina, il cuore si apre. Mentre la pratica si approfondisce, la vita si fa più lieve.

Non è magia. È presenza. È chimica. È psicologia. È arte. È Ai‑Jutsu.