Il taglio che libera psicologia, chimica e Via marziale praticando l’Ai‑Jutsu

Il taglio che libera psicologia, chimica e Via marziale praticando l’Ai‑Jutsu

C’è un momento, nel Dōjō, in cui il silenzio cambia consistenza. Ō Sensei pronuncia il tuo nome, la katana è già tra le mani, gli altri allievi si fermano e ti osservano. Un comando semplice – “esegui il passaggio” – eppure qualcosa dentro si incrina. La mente, limpida fino a un attimo prima, si riempie di nebbia. Il corpo, che conosce il gesto, sembra dimenticarlo. Il respiro si ferma. È come essere un animale notturno sorpreso dai fari: la luce non illumina, acceca. Il mondo si restringe a un unico punto troppo intenso, troppo vicino.

Non è incapacità. Non è mancanza di tecnica. È l’emotività che prende il sopravvento, come un’onda che arriva all’improvviso e travolge ogni appiglio.

La psicologia descrive bene questo passaggio sottile: ognuno di noi ha un livello di attivazione emotiva che lo sostiene, un po’ di tensione che rende vigili, presenti, pronti. Ma basta pochissimo – uno sguardo addosso, un’aspettativa percepita, il timore di sbagliare – e quella stessa energia si trasforma in qualcosa di troppo. È il momento in cui l’emozione supera la soglia e smette di aiutarci. (1 – curva dell’attivazione emotiva).

Anche la fisiologia racconta questo momento: quando l’emozione supera il limite, il corpo interpreta la situazione come una minaccia. L’amigdala si accende, adrenalina e noradrenalina entrano in circolo, il respiro si accorcia, la precisione svanisce. Se lo stato dura, arriva anche il cortisolo, che blocca la memoria di lavoro. (2 – chimica dello stress)

A questo si aggiunge l’effetto riflettore: la sensazione che tutti ti stiano osservando, che ogni errore sia enorme. In realtà stanno solo guardando la pratica, ma dentro quel faro diventa accecante.

Secondo l’Analisi Transazionale, in quei momenti non risponde l’allievo competente, ma altre parti interiori: il Genitore Critico che giudica, il Bambino Spaventato che teme. L’Adulto – la parte lucida – viene schiacciato. (3 – Analisi Transazionale)

Il taglio diventa simbolico: tagliare l’eccesso emotivo, tagliare il rumore interno, tagliare ciò che soffoca le tue qualità. Non per reprimere l’emozione, ma per attraversarla. Perché la disciplina non elimina la paura: la rende trasparente. La trasforma da muro che schiaccia a onda che puoi cavalcare.

La psicologia e l’Ai-Jutsu, pur parlando lingue diverse, raccontano lo stesso viaggio: riconoscere ciò che accade dentro, restare presenti, lasciare emergere ciò che siamo davvero. La psicologia ti invita a osservare chi sta rispondendo dentro di te; la chimica ti mostra quali ormoni stanno guidando quella risposta; l’Ai-Jutsu ti invita a respirare, a centrarti, a tagliare ciò che non serve. Tre strade che portano alla stessa direzione: trasformare la luce che acceca in una luce che illumina.

Ed è proprio qui che l’Ai‑Jutsu rivela uno dei suoi doni più preziosi: la capacità di trasformare questi stati emotivi, non con la teoria, ma con la pratica costante. Ogni volta che ci mettiamo sul tatami, impariamo a riconoscere l’onda emotiva prima che ci travolga, a respirare dentro la tensione, a lasciare che il corpo ritrovi il suo ritmo naturale. La ripetizione dei kata, la presenza di Ō Sensei, il silenzio del Dōjō diventano strumenti che rieducano il sistema nervoso, calmano l’amigdala, riducono l’adrenalina, riaccendono la parte lucida di noi.

A poco a poco, ciò che un tempo ci bloccava diventa familiare. La luce che accecava diventa luce che guida. Il gesto che tremava diventa gesto che nasce dal centro.

L’Ai‑Jutsu non elimina l’emozione: la trasforma. E nel farlo, trasforma anche noi.

Il Dōjō diventa un luogo in cui la paura non è un ostacolo, ma un insegnante. E ogni chiamata di Ō Sensei diventa un invito a crescere, non una minaccia.

Noi che pratichiamo Ai‑Jutsu siamo particolarmente fortunati. Perché non abbiamo soltanto un insegnante: abbiamo Ō Sensei, un “grande maestro”, che ci guida in un percorso che va oltre la tecnica. All’inizio ci aiuta a tagliare attraverso la sofferenza dei nostri limiti, a vedere dove ci irrigidiamo, dove ci nascondiamo, dove la luce ci spaventa. Poi, passo dopo passo, ci conduce verso un’altra dimensione della pratica: quella dell’armonia, della presenza, dell’amore. Perché la Via non è fatta per creare competizione, né per schiacciare l’allievo sotto il peso del confronto. La Via è fatta per liberarlo.

E quando la luce non acceca più, ma illumina, allora comprendiamo davvero cosa significa praticare Ai‑Jutsu: non diventare più forti degli altri, ma diventare più veri con noi stessi.

APPROFONDIMENTI

1 La curva dell’attivazione emotiva

Quando entriamo in una situazione che percepiamo come impegnativa – una chiamata del Sensei, uno sguardo addosso, un passaggio da eseguire davanti agli altri – il nostro livello di attivazione emotiva cambia. La psicologia descrive questo fenomeno con una curva: a livelli bassi siamo lenti, poco presenti; a livelli medi siamo efficaci, concentrati, fluidi; ma quando l’attivazione supera una certa soglia, la prestazione crolla.

È un processo naturale. Un po’ di tensione ci rende vigili, ma troppa tensione ci manda in tilt. È come se la mente si riempisse di rumore e il corpo perdesse la sua naturalezza. Il gesto che conosciamo si allontana, non perché non lo sappiamo fare, ma perché l’emozione ha superato il punto ottimale.

Nel Dōjō questo accade spesso: la presenza degli altri, il desiderio di fare bene, la paura di sbagliare possono far salire l’attivazione oltre il limite. La curva si spezza proprio lì: la memoria si blocca, la comprensione si confonde, il corpo esita.

Riconoscere questa dinamica è già un primo passo. La pratica dell’Ai-Jutsu ci insegna a percepire il momento in cui l’onda emotiva sta crescendo troppo, a respirare dentro quella tensione, a riportarci nel nostro centro – chūshin. Con il tempo, impariamo a restare nel punto ottimale della curva: presenti, lucidi, disponibili al gesto.

2 – La chimica dello stress

Quando l’emozione supera la soglia, il corpo entra in uno stato di allerta che ha radici antiche. L’amigdala, il centro della paura e della sopravvivenza, interpreta la situazione come minacciosa. Non distingue tra un pericolo reale e un comando del Sensei: reagisce allo stesso modo.

In un istante vengono rilasciati adrenalina e noradrenalina. Il battito accelera, i muscoli si irrigidiscono, il campo visivo si restringe, il respiro diventa corto. È una risposta progettata per reagire, non per eseguire movimenti raffinati. È qui che nasce la sensazione di “faro negli occhi”: la luce non illumina, acceca.

Se questo stato dura più di qualche secondo, entra in gioco il cortisolo, l’ormone dello stress. È lui a interferire con la memoria di lavoro, a farci dimenticare un passaggio, a rendere difficile coordinare gesti complessi. Non è la tecnica a mancare: è la chimica interna che prende il comando.

In parallelo, la corteccia prefrontale — la parte del cervello che ragiona, valuta e mantiene la calma — si disattiva temporaneamente. È come se la nostra parte adulta venisse messa da parte, lasciando spazio alle reazioni più istintive.

La presenza del Sensei ha un effetto regolatore su tutto questo. La sua voce, il suo ritmo, la sua postura diventano un ancoraggio che calma l’amigdala e permette alla corteccia prefrontale di riaccendersi. Non è un gesto simbolico: è un processo fisiologico reale.

Con la pratica costante, il sistema nervoso diventa più elastico. L’Ai-Jutsu rieduca la risposta allo stress: riduce l’adrenalina, stabilizza il respiro, riporta il corpo dalla modalità di sopravvivenza alla modalità di presenza. È così che, nel tempo, ciò che un tempo ci bloccava diventa familiare.

3 – Analisi Transazionale

L’Analisi Transazionale di Eric Berne offre una lente preziosa per comprendere ciò che accade dentro di noi nei momenti di blocco. Secondo questo modello, ognuno di noi porta dentro tre stati dell’Io: il Genitore, il Bambino e l’Adulto. Non sono ruoli, ma modi diversi di reagire alla realtà.

Nel Dōjō, quando la tensione sale e il gesto si dissolve, spesso non è l’allievo competente a rispondere. È il Genitore Critico, che giudica e pretende, che sussurra “non sbagliare, dimostra di essere all’altezza”. Oppure è il Bambino Spaventato, che teme di non capire, di fare una figuraccia, di non valere abbastanza. Sono voci antiche, automatiche, che emergono quando l’emozione supera la soglia e la parte razionale — l’Adulto — viene momentaneamente messa da parte.

L’Ai-Jutsu diventa allora un terreno straordinario per riconoscere questi movimenti interiori. Ogni kata, ogni chiamata del Sensei, ogni istante di silenzio sul tatami è un’occasione per vedere quale voce sta rispondendo dentro di noi. Non per giudicarla, ma per imparare a non identificarci con essa.

Con la pratica, l’Adulto torna a farsi spazio: la parte lucida, presente, capace di ascoltare il comando e tradurlo in gesto. La disciplina, la ripetizione, la guida del Sensei e la ritualità del Dōjō aiutano a calmare il Genitore Critico, a rassicurare il Bambino Spaventato, a far emergere una presenza più stabile e centrata.

In questo senso, l’Analisi Transazionale e l’Ai-Jutsu parlano la stessa lingua: entrambe ci insegnano a riconoscere chi sta agendo dentro di noi e a scegliere consapevolmente quale parte vogliamo far emergere. È così che la pratica diventa trasformazione: non solo tecnica, ma maturazione interiore.

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Yoga Śālā: il Luogo in Cui il Corpo Impara a Parlare

Dopo aver esplorato il tema dello spazio interiore nel precedente articolo, dove abbiamo incontrato il Dōjō come luogo invisibile che ci abita, è naturale volgere lo sguardo verso un altro spazio che, nello Yoga, assume un significato altrettanto profondo: la sala della pratica – Yoga Śālā. Un ambiente semplice, spesso essenziale, ma capace di trasformarsi in un territorio intimo, dove il corpo e la mente imparano a riconoscersi.

La sala non è solo un contenitore. È un invito. Un varco che si apre ogni volta che entriamo, lasciando fuori ciò che non serve e portando dentro ciò che siamo in quel momento. Non importa come arriviamo: stanchi, distratti, pieni di pensieri o di aspettative. La sala accoglie tutto, senza chiedere nulla in cambio.

È uno spazio che non pretende, ma disponeNon impone, ma suggerisceNon giudica, ma osserva insieme a noi.

Il tappetino è il primo gesto di presenza. Si srotola come un piccolo territorio personale, un confine che non separa ma concentra. È lì che inizia il viaggio: non verso qualcosa di esterno, ma verso ciò che si muove dentro di noi.

Nello Yoga il tappetino diventa un confine simbolico:

  • separa il mondo esterno dal mondo interno
  • invita alla disciplina (tapas)
  • richiama la centratura e il rispetto (ahimsa, satya)

Ogni volta che ci saliamo sopra, portiamo con noi tutto ciò che siamo in quel momento: le tensioni, le aspettative, le fragilità, i desideri. E il tappetino li accoglie tutti, senza preferenze.

Non è un luogo di performance. È un luogo di ascolto. Un luogo in cui possiamo permetterci di essere imperfetti, curiosi, vulnerabili. È il terreno su cui impariamo a non fuggire dalle sensazioni, ma a restare. A osservare. A lasciarci trasformare.

Nello Yoga, la pratica non è mai un insieme di movimenti da eseguire. È un dialogo continuo tra corpo, respiro e consapevolezza.

Nello Yoga si affina la tecnica per rendere il corpo pronto e la mente vigile attraverso:

  • Āsana→ stabilità e forza interiore
  • Prāņāyāma→ controllo dell’energia e delle emozioni
  • Dhāraṇā → addestramento dell’attenzione
  • Dhyāna→ continuità della presenza

Ogni Āsana è una domanda: Dove sono? Come sto? Cosa posso lasciare andare?

Il corpo risponde con ciò che ha, non con ciò che vorremmo. La mente impara a non interferire, ma a osservare. Il respiro diventa il filo che tiene insieme tutto: guida, sostiene, ricorda.

La pratica non chiede di essere perfetti. Chiede di essere presenti. Di abitare il gesto, non di possederlo. Di ascoltare ciò che emerge, senza forzare e senza fuggire.

Nello Yoga non esiste un avversario esterno. La pratica non è un confronto, ma un incontro.

Il “nemico” è interno:

  • l’ego che vuole primeggiare
  • la mente che si agita
  • la paura del limite
  • l’attaccamento al risultato

Sono presenze sottili, che emergono soprattutto quando la postura diventa impegnativa o quando il respiro si fa corto. Riconoscerle non significa combatterle, ma imparare a non lasciarsi guidare da esse.

Il respiro è il vero protagonista della sala della pratica. È ciò che ci ancora al presente, ciò che ci permette di attraversare le posture senza perderci.

Il respiro è ciò che stabilizza. È ciò che calma. È ciò che permette di restare, anche quando la postura diventa impegnativa.

La respirazione naso–naso, più lenta e profonda, stimola il sistema parasimpatico e favorisce la calma mentale. È una porta verso l’interiorità, un modo per dire al corpo: puoi restare, puoi fidarti.

Nelle fasi più impegnative, la respirazione con la bocca può sostenere lo sforzo, ampliare la capacità respiratoria, accompagnare la preparazione.

Ma è nel ritorno al respiro nasale che ritroviamo la qualità meditativa della pratica, quella che ci permette di osservare i pensieri senza seguirli, di lasciarli scorrere come nuvole che attraversano il cielo.

Il respiro non è un accessorio della pratica. È la pratica. È il ponte tra ciò che sentiamo e ciò che siamo.

Ogni persona che entra nella sala vive un viaggio diverso. C’è chi cerca forza, chi cerca sollievo, chi cerca silenzio interiore, chi cerca semplicemente un momento per sé. Eppure, la sala della pratica ha una qualità sorprendente: riesce a restituire a ciascuno ciò di cui ha bisogno, senza mai forzare.

È un luogo in cui si impara a stare con ciò che c’è. A riconoscere i propri limiti senza giudicarli. A scoprire che la vera flessibilità non è piegarsi, ma ascoltare. Che la vera forza non è resistere, ma lasciarsi attraversare. Che la vera presenza non è concentrazione rigida, ma morbida vigilanza.

La sala della pratica è un laboratorio di umanità. Un luogo in cui si sperimenta la possibilità di essere più integri, più consapevoli, più liberi.

Alla fine della lezione, la sala sembra diversa. Non perché sia cambiata davvero, ma perché siamo cambiati noi. Il tappetino si arrotola, il corpo si rialza, la mente torna al mondo esterno. Eppure, qualcosa resta: una traccia sottile, un’eco del lavoro fatto, una presenza più chiara.

La sala della pratica non è un luogo che si abbandona. È un luogo che si porta con sé. Un luogo che continua a lavorare dentro di noi, anche quando non ce ne accorgiamo.

Perché la vera sala della pratica non è fatta di pareti. È fatta di respiro, di consapevolezza, di disponibilità a incontrarsi. È uno spazio che si apre ogni volta che scegliamo di ascoltare. E ogni volta che lo attraversiamo, ci avviciniamo un po’ di più alla nostra casa interiore.

Il Dōjō che portiamo dentro - Yoga - Novate - palestra

Il Dōjō che portiamo dentro: il luogo invisibile dell’Ai Jutsu

C’è un istante, all’inizio di ogni pratica, in cui il mondo sembra fermarsi. Il silenzio non è ancora silenzio, il gesto non è ancora gesto. È una soglia sottile, come il momento in cui la luce cambia prima dell’alba. È lì che il Dōjō comincia a nascere: non nello spazio che ci accoglie, ma nello spazio che si apre dentro di noi.

Molti pensano al Dōjō solo come un luogo fisico: un tatami ordinato, pareti che custodiscono simboli, un ambiente silenzioso che invita alla concentrazione. Ma il Dōjō, nella sua essenza più profonda, non è mai stato un edificio. È un atteggiamento, una postura dell’essere, un campo di presenza che si muove con il praticante. È il luogo in cui ci si incontra davvero: con il proprio corpo, con la propria disciplina, con ciò che si è e ciò che si potrebbe diventare.

Il nostro Dōjō fisico non è nato in un tempio silenzioso né in una sala dedicata. Lo abbiamo costruito – giorno dopo giorno, gesto dopo gesto – all’interno del Palazzetto dello Sport del Comune di Novate Milanese. Un luogo vivo, condiviso, attraversato da discipline diverse, da voci, da rumori, da passi che non sono i nostri.

All’inizio non è stato semplice. Il brusio costante, gli spazi non sempre ordinati, la pulizia non sempre perfetta, il movimento continuo attorno a noi: tutto sembrava allontanare l’idea di un Dōjō tradizionale. Ci siamo chiesti se fosse possibile praticare davvero in un luogo così. Se il rumore non avrebbe disturbato la concentrazione. Se il disordine non avrebbe confuso il gesto.

Eppure, proprio lì, in quel contesto imperfetto, abbiamo scoperto qualcosa di prezioso.

C’è un momento, durante la pratica, in cui il mondo esterno continua a muoversi, ma qualcosa dentro di noi si ferma. Il rumore non scompare, ma smette di essere un ostacolo. Diventa un confine. Una prova. Un insegnamento.

Abbiamo imparato a radicarci anche quando intorno tutto vibra. A respirare anche quando lo spazio non è ideale. A trovare ordine nel disordine, silenzio nel frastuono, presenza nella distrazione. È lì che il Dōjō interiore ha iniziato a mostrarsi con più chiarezza: non come un rifugio dal mondo, ma come un modo di stare nel mondo.

Il Palazzetto, con la sua vitalità e le sue imperfezioni, ci ha insegnato che la concentrazione non è un dono fragile che si spezza al primo rumore, ma una scelta che si rinnova. Una postura interna che non dipende dalle condizioni esterne. Una ricchezza che si costruisce proprio quando le condizioni non sono perfette.

Ci sono luoghi che non si trovano sulle mappe. Luoghi che non si possono fotografare, perché non hanno pareti né porte. Eppure esistono, e chi li attraversa ne porta il segno per tutta la vita. Il Dōjō interiore è uno di questi luoghi.

Ogni praticante di Ai Jutsu lo incontra prima o poi: in un istante di silenzio, in una caduta, in un gesto che improvvisamente diventa più vero di tutti gli altri. È un luogo che non si eredita e non si conquista: si riconosce. E quando lo si riconosce, si capisce che la pratica non è mai stata solo tecnica, ma un modo di abitare sé stessi.

Ogni volta che inspiriamo prima di un movimento, ogni volta che ascoltiamo il nostro centro o sentiamo i piedi radicarsi sul tatami, stiamo aprendo la porta del nostro Dōjō interiore. È uno spazio senza confini, ma non per questo facile da raggiungere. Per entrarvi serve un gesto preciso: la scelta di esserci.

Nel Dōjō interiore non si affronta un avversario esterno, ma un avversario più sottile: la dispersione, la fretta, la distrazione che ci allontana da noi stessi. Qui la disciplina diventa cura, la tecnica diventa ascolto, la forza diventa responsabilità.

È un luogo dove si impara a riconoscere le proprie tensioni, a trasformarle, a lasciarle andare. Dove si impara a stare nel corpo senza giudizio, a muoversi con intenzione, a respirare con lucidità. Dove la caduta non è una sconfitta, ma un ritorno alla terra. Dove rialzarsi non è un trionfo, ma un atto di continuità.

Il Dōjō interiore non accetta maschere. È un maestro silenzioso che ci ricorda che la crescita non è un evento, ma un ritorno continuo: tornare al respiro, tornare al centro, tornare a sé.

Eppure, il Dōjō fisico rimane fondamentale. Non come contenitore, ma come specchio. La sua struttura, i suoi silenzi — o i suoi rumori — la sua ritualità, non sono ornamenti: sono strumenti pedagogici. Sono coordinate che aiutano il praticante a orientarsi dentro di sé.

Nel nostro caso, il Palazzetto dello Sport ci ha offerto un insegnamento in più: la capacità di trovare presenza anche quando l’ambiente non la favorisce. La possibilità di condividere lo spazio con altre discipline, di osservare altri corpi in movimento, di sentirci parte di una comunità più ampia. Un Dōjō che non si chiude, ma si apre.

Nell’Ai Jutsu, il Dōjō non è un luogo dove si diventa più forti, ma più presenti. Non si pratica per vincere, ma per comprendere. Non si studia la tecnica per dominare, ma per liberare.

Il Dōjō è un laboratorio di umanità: un luogo dove si sperimenta la possibilità di essere più integri, più consapevoli, più liberi. È il punto in cui la tecnica incontra la presenza, in cui il gesto diventa intenzione, in cui il corpo diventa linguaggio.

È un luogo che educa senza parlare, che guida senza imporre, che accoglie senza trattenere.

Quando il praticante esce dal Dōjō fisico, il Dōjō interiore lo segue. Lo accompagna nelle relazioni, nel lavoro, nelle scelte quotidiane. Diventa un modo di stare nel mondo: più centrato, più attento, più responsabile.

Il Dōjō non è un luogo da visitare, ma un luogo da custodire. È una promessa che si rinnova ogni volta che si inspira profondamente e si torna a sé. È un impegno silenzioso: portare nel mondo la stessa presenza che si coltiva sul tatami, trasformando ogni gesto in un’occasione di consapevolezza.

E come diceva il Maestro Gorō ai suoi allievi:

Non cercate il Dōjō perfetto. Cercate il Dōjō che vi abita. Quando lo troverete, nessuna tempesta potrà portarvelo via.”

 

Approfondimento – Il Maestro Gorō e le storie del Dōjō invisibile

Molti maestri leggendari erano rōnin: guerrieri rimasti senza signore, che dedicavano la vita allo studio della Via marziale e alla ricerca interiore. Del Maestro Gorō non si conosce molto: né le sue origini, né il luogo esatto in cui nacque, né la scuola a cui appartenne. La sua figura è avvolta da un velo di silenzio, come accade spesso per coloro che hanno lasciato più insegnamenti che tracce.

Ciò che è giunto fino a noi non è una biografia, ma un’eredità. Un modo di guardare alla pratica, un modo di stare nel mondo, un modo di intendere il Dōjō che continua a parlare anche oggi.

E noi, che ogni giorno pratichiamo in un luogo vivo e imperfetto come il Palazzetto dello Sport, non possiamo che riconoscere quanto i suoi insegnamenti risuonino nella nostra esperienza. Il suo messaggio attraversa il tempo e le distanze: non è importante dove ci si allena, ma come ci si allena. Non è il luogo a creare il Dōjō, ma la presenza di chi lo abita.

Forse è proprio questo il motivo per cui la figura di Gorō continua a ispirare: perché lascia aperta la porta all’immaginazione, alla ricerca, alla possibilità di scoprire in lui ciò che serve a noi oggi. Non un Maestro da studiare, ma un Maestro da ascoltare.

Il Maestro Gorō: colui che vedeva il silenzio

Del Maestro Gorō si racconta che non avesse mai bisogno di alzare la voce. Entrava nel Dōjō come si entra in un giardino: con passo lento, con un’attenzione che sembrava toccare ogni cosa. Non era imponente, né severo. Era presente. Una presenza così intensa da rendere superflue le parole.

Gli allievi dicevano che Gorō non iniziava mai una lezione finché il suo respiro non diventava più lento del rumore intorno. Solo allora, affermava, il Dōjō era pronto. Per lui, il silenzio non era un’assenza di suoni, ma un modo di ascoltare.

Si racconta che avesse praticato in ogni tipo di luogo: in un cortile polveroso, in una stanza condivisa con altre discipline, sotto la pioggia, in un magazzino abbandonato vicino al porto. Ovunque andasse, il Dōjō sembrava seguirlo. O forse era lui a portarlo con sé.

Quando gli chiedevano quale fosse il segreto, rispondeva soltanto:

“Il Dōjō non è dove metti i piedi. È dove metti l’attenzione.”

Una delle storie più amate dagli allievi racconta che Gorō, da giovane, cercasse ossessivamente il Dōjō perfetto. Visitò scuole prestigiose, templi antichi, sale silenziose immerse nei boschi. Ma ogni volta trovava qualcosa che non andava: un rumore, una distrazione, un dettaglio fuori posto.

Un giorno incontrò un anziano maestro che praticava in mezzo a un mercato all’aperto. Intorno a lui c’erano venditori che gridavano, bambini che correvano, animali che si muovevano tra le bancarelle. Eppure, il suo gesto era limpido come acqua ferma.

Gorō gli chiese come potesse concentrarsi in un luogo così caotico.

L’anziano sorrise:

“Se impari a sentire il tuo centro qui, lo sentirai ovunque.”

Quella frase cambiò la sua vita. Da allora, Gorō smise di cercare il Dōjō perfetto e iniziò a costruire il proprio Dōjō interiore.

Le storie che circondano il Maestro non parlano solo di lui. Parlano di un’intera genealogia di praticanti che, come fili di un tessuto, hanno contribuito a formare la sua visione.

Il giovane che non sopportava il rumore

Un allievo si lamentava continuamente: il vento, i passi, le voci, tutto lo distraeva. Un giorno Gorō gli disse:

“Se il mondo deve fermarsi perché tu ti concentri, non stai praticando. Stai chiedendo al mondo di praticare al posto tuo.”

Il giovane comprese che il vero avversario non era il rumore, ma la sua dipendenza dal silenzio.

La donna che praticava tra due respiri

Si narra di una donna che praticava di notte, in una stanza piccola, mentre la famiglia dormiva. Non aveva spazio, non aveva tempo, non aveva silenzio. Eppure, Gorō la ricordava come una delle praticanti più profonde:

“Aveva trovato il Dōjō più silenzioso del mondo: quello tra due respiri.”

La sua storia ricorda che il Dōjō interiore non richiede condizioni ideali, ma sincerità.

Il guerriero che temeva il silenzio

Un altro allievo, al contrario, aveva paura del silenzio. Nel silenzio sentiva emergere parti di sé che non voleva vedere. Gorō gli insegnò che:

“Il silenzio non è vuoto. È spazio per ascoltare ciò che hai sempre evitato.”

Il guerriero capì che la pratica non serve a fuggire da sé stessi, ma a incontrarsi.

L’ultimo Dōjō del Maestro

Negli ultimi anni, Gorō praticava in un vecchio magazzino vicino al porto. Il pavimento era irregolare, il vento entrava dalle finestre rotte, e il rumore delle navi copriva ogni pensiero. Un allievo gli chiese perché non cercasse un luogo migliore.

Gorō rispose:

“Perché qui non posso illudermi che il silenzio venga da fuori.”

E continuò a praticare, come se quel magazzino fosse il tempio più perfetto del mondo.

Le leggende su Gorō risuonano profondamente nella nostra esperienza. Anche noi abbiamo imparato che il Dōjō non è fatto di pareti, ma di presenza. Che il rumore non è un nemico, ma un maestro. Che condividere lo spazio con altre discipline non è una limitazione, ma un’opportunità.

Il Dōjō interiore non nasce quando tutto è perfetto. Nasce quando scegliamo di esserci, nonostante tutto.

E forse è proprio questo il lascito più grande del Maestro Gorō:

“Non cercate il Dōjō perfetto. Cercate il Dōjō che vi abita. Quando lo troverete, nessuna tempesta potrà portarvelo via.”

La torsione che apre lo sguardo - Yoga Novate

La torsione che apre lo sguardo

C’è un momento, durante la lezione, in cui l’aula di pratica sembra trattenere il respiro. Sofia – raccolta nella sua pratica piega le ginocchia, unisce i piedi, porta le mani al cuore. Sta entrando in Parivrtta Utkatāsana, una torsione che non chiede forza, ma ascolto. Il volto è quieto, concentrato, come se il movimento che sta per nascere non fosse uno sforzo, ma un dialogo intimo con sé stessa.

In quell’istante, prima ancora che il busto ruoti, accade qualcosa di più sottile: il corpo si prepara a cambiare direzione, e la mente lo segue. È un gesto semplice, quasi impercettibile, ma racchiude un significato antico. Le torsioni, nello yoga, sono movimenti di trasformazione: non spingono, non forzano, non impongono. Invitano.

Invitano a guardare altrove. A lasciare andare ciò che appesantisce. A creare spazio dove prima c’era rigidità.

E mentre il torace ruota lentamente, mantenendo le mani in Anjali Mudrā, sembra che tutta la stanza ruoti con lei. Non perché la imitino, ma perché ogni pratica condivisa è un campo di risonanza: ciò che accade a uno, in qualche modo, tocca tutti.

Nella tradizione yogica, le torsioni sono considerate posture di purificazione. Non solo del corpo, ma del modo in cui abitiamo i nostri pensieri. Girarsi verso un lato significa anche accettare di cambiare prospettiva, di osservare ciò che normalmente resta ai margini del nostro sguardo.

I testi antichi parlano di citta-vṛtti-nirodhaḥ: la quiete delle fluttuazioni della mente. Eppure, in una postura come questa, la quiete non nasce dall’immobilità, ma dal movimento preciso, consapevole, centrato. È una quiete che si costruisce mentre il corpo si avvolge e si svolge, come un filo che trova la sua trama.

Le torsioni ci ricordano che la vita non procede sempre in linea retta. A volte serve ruotare, deviare, riposizionarsi. A volte serve guardare ciò che evitavamo. A volte basta cambiare angolazione per scoprire che lo spazio c’era già, ma non lo vedevamo.

Praticare insieme, in presenza, dà a tutto questo una qualità diversa. Il respiro degli altri diventa un ritmo che sostiene. Il silenzio dell’aula diventa un contenitore. La correzione dell’insegnante — un gesto lieve, un tocco appena accennato — permette al corpo di trovare un allineamento che da soli non sempre si percepisce.

Sul tappetino, insieme, impariamo che la stabilità non è rigidità. Che la torsione non è fuga. Che il centro non è un punto fisico, ma un modo di stare nel mondo.

E impariamo anche che la presenza — quella vera, quella che non si può simulare — nasce dal condividere lo spazio, dal respirare insieme, dal sentire che il proprio movimento è parte di un movimento più grande.

Ogni volta che scendiamo sul tappetino, scegliamo di incontrarci: con il corpo che abbiamo oggi, con il respiro che abbiamo oggi, con la storia che portiamo oggi.

Non serve essere perfetti. Serve esserci.

E in questo esserci, giorno dopo giorno, postura dopo postura, accade qualcosa che non si vede subito ma che si sente: una morbidezza nuova, una lucidità più ampia, una presenza più piena.

Quando la torsione si scioglie, il volto è lo stesso, ma qualcosa è cambiato. È un cambiamento lieve, quasi invisibile, ma reale. È questo che fa lo yoga: non ci trasforma all’improvviso, ma ci restituisce a noi stessi, un respiro alla volta.

E mentre la lezione prosegue, ognuno porta con sé quel piccolo movimento interiore, quella rotazione silenziosa che apre spazio, che alleggerisce, che ricorda.

Ricorda che il corpo sa. Ricorda che il respiro guida. Ricorda che la pratica è un ritorno, non una performance.

E che, in fondo, basta un gesto – unire i piedi, piegare le ginocchia, portare le mani al cuore per ritrovare la direzione.

Ai-Jutsu Novate - Pioggia e foglie d'autunno - 102024

Pioggia e foglie d’autunno: un allenamento speciale delle nostre discipline!

Quando c’è passione e desiderio, nessun brutto tempo può fermarci! Domenica mattina, un gruppo di noi si è ritrovato presso gli spazi all’aperto del Circolo “Sempre Avanti” a Novate Milanese per una sessione di allenamento davvero speciale.
Nonostante la pioggia incessante dei giorni scorsi, il cielo ci ha regalato una tregua proprio al momento giusto. Il terreno e il pavimento, bagnati e cosparsi di foglie autunnali, hanno reso l’atmosfera ancora più suggestiva. Abbiamo dovuto fare attenzione a non scivolare, ma la voglia di praticare Ai-Jutsu era troppo forte. Con le scarpe da ginnastica, abbiamo affrontato l’allenamento con determinazione. Certo, la sensibilità dei piedi non era la stessa di quando pratichiamo scalzi, ma l’energia della natura ci ha permesso di rilassarci e concentrarci.
Per lo Yoga, invece, abbiamo trovato rifugio in uno spazio al coperto.
La mattinata è trascorsa serenamente, e tutti erano felici non solo di aver praticato, ma di averlo fatto in un contesto nuovo e stimolante, all’aperto.
Alla fine, ci siamo concessi un aperitivo che ha rafforzato ancora di più il nostro legame. È stata una bellissima iniziativa, e vogliamo ringraziare di cuore tutti coloro che hanno partecipato.
Non perdetevi il filmato di foto che cattura i momenti più belli della nostra mattinata!

Yoga-Ai-Jutsu-Novate-Lezione-Yin-pausa-pranzo

Praticare Yoga in pausa pranzo è un’ottima alternativa alla mattina o alla sera.
Spesso, infatti, risulta difficile scendere dal letto mezz’ora prima della sveglia abituale per allenarsi, e allo stesso tempo, gli imprevisti quotidiani ci obbligano ad annullare il nostro allenamento serale.

Quindi perché non sfruttare la pausa pranzo?
Le lezioni di Yoga in pausa pranzo sono l’ingrediente giusto per ricaricarsi ed affrontare il resto della giornata con più vitalità ed energia.
Durante le lezioni di Yoga, attraverso specifici esercizi, è possibile recuperare una migliore condizione psicofisica e posturale, favorendo il riequilibrio di corpo e mente. Una rinnovata freschezza mentale ed energetica!
Le lezioni di Yoga contribuiscono allo sviluppo dell’equilibrio e della coordinazione, alla correzione di posture scorrette, alla tonicità muscolare e non ultimo alla gestione dell’aspetto respiratorio.
Le lezioni sono strutturate in modo tale che gli esercizi proposti, si sviluppino in vari livelli e ogni singolo partecipante, a seconda della propria preparazione atletica, potrà lavorare rispetto al livello più adatto alle proprie possibilità.
Oltre a tonificare ed allungare i muscoli, lo Yoga aiuta a rilasciare le tensioni, lo stress e a tornare ad un respiro più consapevole.
Il pomeriggio riprenderà con un migliore stato d’animo, con un senso di calma, pace e serenità evitando così l’accumulo di stress.
La pratica dello Yoga diventa piano piano uno stile di vita sano che non si limita a ciò che facciamo sul tappetino, alle posizioni durante la lezione e a quel momento che ci ritagliamo tutto per noi. La vera pratica dello Yoga diventa la nostra vita, di tutti i giorni, di tutte le ore, di tutti i minuti…

Vieni ad allenarti con noi, in presenza oppure online, durante la lezione di Yoga in pausa pranzo, anche se non hai mai provato lo Yoga, sperimenta tu stesso il piacere di muoverti, di percepire il tuo corpo, di gestire la tua emotività, scoprendo così il naturale stato di benessere psicofisico.
Tutti i lunedì dalle ore 13 alle ore 14, lezione di Yoga in pausa pranzo: vieni ad allenarti con noi!

Ti aspettiamo!

Per info e prenotazioni

mail info@yoga-aijutsu-ms.it

cell 370 322 4280 (anche WhatsApp)

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Praticare Yoga durante le festività natalizie

Praticare Yoga durante le festività natalizie aiuta a rilassare la mente e il corpo e a ricaricarsi dopo un periodo di grande stress.
Il periodo natalizio con tutte le esigenze organizzative, la corsa ai regali e ai preparativi, il susseguirsi di pranzi e cenoni in famiglia e con amici… può diventare una grandissima fonte di stress.
Lo stress non è altro che la reazione che ognuno di noi ha, o la sua capacità di adattamento, di fronte a diverse richieste, difficoltà, o prove alle quali veniamo sottoposti quotidianamente soprattutto in questo periodo dell’anno.

Ma questo periodo è anche fonte di gioia, festa e magia, il momento giusto per prendersi cura di sé, per regalarsi del tempo.
Grazie allo Yoga è possibile ridurre ed eliminare lo stress accumulato e ritrovare l’energia giusta per iniziare un nuovo anno, per sentirsi più sereni ed accogliere con meraviglia e stupore tutte le novità che sono in serbo per noi…
Lo Yoga insegna a prendersi del tempo per sé, a stare in silenzio, a percepire il proprio corpo e conoscerlo facendone esperienza diretta, ad aprirsi a noi stessi e agli altri… a vivere l’individuale e l’universale in un unico istante… a trovare il giusto equilibrio… e tanto altro ancora…

Per questo riteniamo importante continuare a praticare Yoga anche in questo periodo di festività per permettere al nostro corpo e alla nostra mente di rigenerarsi e affrontare così il nuovo anno con una carica di energia in più.

Praticare Yoga durante le festività natalizie è un prezioso dono che facciamo a noi stessi!

Di seguito le lezioni alle quali partecipare.

 

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