Matsyendrāsana: ruotare per ritrovarsi
Ci sono posture che sembrano nascere da una storia antica, come se portassero ancora addosso il respiro di chi le ha create. Matsyendrāsana è una di queste. Non inizia nel corpo: inizia in un racconto. Si dice che un pesce, ascoltando in silenzio gli insegnamenti di Shiva, si sia trasformato in un essere umano illuminato. Da quella metamorfosi — inattesa, impossibile, eppure naturale — nasce la torsione che porta il suo nome.
Entrare in Matsyendrāsana significa entrare in quella leggenda: ruotare non per mostrare, ma per ascoltare; cambiare direzione non per fuggire, ma per vedere. È una torsione che non chiede di trattenere il respiro: chiede di lasciarlo andare, di seguirne la spirale, di fidarsi del movimento che nasce dal centro.
Il nome della postura deriva da Matsyendra, “Signore dei Pesci”, figura avvolta nel mito. La tradizione racconta che Shiva stesse trasmettendo gli insegnamenti dello Yoga a Pārvatī, seduti su una riva. Poco distante, un pesce ascoltava in silenzio. Quel pesce — così narra la leggenda — assorbì ogni parola, trasformandosi in un essere umano illuminato: Matsyendra, il primo yogi dopo Shiva. Matsyendrāsana nasce da questa immagine: un essere che cambia forma perché ha ascoltato profondamente. Una torsione che non è solo fisica, ma simbolo di metamorfosi.
Nei testi classici, come l’Haṭha Yoga Pradīpikā, Matsyendrāsana è descritta come una delle posture fondamentali per “purificare i canali” e “risvegliare l’energia”. Ma ciò che colpisce non è la descrizione tecnica: è il fatto che questa postura sia sempre stata considerata un ponte — tra il dentro e il fuori, tra il passato e il presente, tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.
La torsione è un gesto archetipico: quando ci voltiamo, lasciamo andare qualcosa e incontriamo qualcos’altro. Matsyendrāsana ci insegna che il cambiamento non avviene in linea retta: avviene in spirale, come il DNA, come la crescita degli alberi, come il respiro che entra e poi ritorna. È una postura che ci chiede sincerità: non puoi torcere più di quanto tu sia disposto a lasciare andare.
Quando entri in Matsyendrāsana, accade qualcosa di sottile: il corpo ruota, ma è la mente che cambia direzione. La torsione ci insegna a guardare da un altro punto di vista; ci ricorda che possiamo cambiare senza spezzarci; ci invita a lasciare andare ciò che non serve; ci fa sentire che il centro non è un punto fisso, ma un luogo vivo; ci restituisce una sensazione di lucidità, come dopo aver aperto una finestra. È una postura che non “mostra”: rivela.
In aula, Matsyendrāsana diventa un viaggio personale, diverso per ognuno. Quando la proponiamo, non è mai solo una torsione: è un incontro con i propri limiti, con le proprie abitudini corporee, con quella parte di noi che vorrebbe restare dove tutto è conosciuto. C’è chi non riesce ancora ad agganciare le mani, chi lascia andare il corpo curvando la schiena, chi fatica ad allineare le spalle. E va bene così. Ogni corpo ha il suo tempo, ogni percorso la sua stagione.
Nel lavoro costante — respiro dopo respiro, lezione dopo lezione — accade qualcosa di silenzioso ma potente: ciò che sembrava lontano diventa possibile. Obiettivi che all’inizio apparivano irraggiungibili si avvicinano, si ammorbidiscono, si lasciano toccare. E poi, un giorno qualunque, senza clamore, la postura arriva. Si siede accanto a noi come un’amica che riconosciamo da sempre. E noi usciamo dalla lezione con un sorriso che non è solo soddisfazione tecnica: è la gioia di aver incontrato un pezzo nuovo — o forse antico — di noi stessi.
Perché Matsyendrāsana non è solo una torsione: è un modo di crescere. È la prova che il corpo sa cambiare, e che la mente può seguirlo. È la dimostrazione che ciò che oggi sembra impossibile, domani può diventare casa.
La versione eseguita da Tiziana è un ritorno all’essenziale: pur nella complessità tecnica della postura, il suo modo di viverla le conferisce una naturalezza che può farla apparire semplice. In quella apparente semplicità si manifesta tutto: la radice, la rotazione, il respiro, l’ascolto. È la prova che, quando l’Āsana è abitata con presenza, anche una torsione impegnativa può rivelare la sua profondità senza bisogno di ostentazione.
Matsyendrāsana è una postura che ci ricorda che la trasformazione non è un atto violento, ma un movimento lento, circolare, consapevole. Ruotiamo per liberarci, per vedere meglio, per tornare al centro. E ogni volta che entriamo in questa torsione, qualcosa in noi — anche impercettibilmente — si riallinea.
APPROFONDIMENTO ANATOMICO
Matsyendrāsana è un piccolo universo anatomico. Non coinvolge solo la colonna: coinvolge tutto ciò che la sostiene. È una postura che attiva in modo integrato l’intera struttura assiale e i principali distretti muscolari responsabili della rotazione del tronco e della stabilizzazione del bacino.
- Colonna vertebrale — La torsione avviene prevalentemente nella colonna toracica, dove le faccette articolari consentono un’ampiezza rotatoria maggiore rispetto alla regione lombare, fisiologicamente più limitata per via dell’orientamento delle faccette e della funzione di sostegno.
- Muscoli paravertebrali — I muscoli erector spinae e i multifidi modulano la stabilità segmentale durante la rotazione, permettendo un allungamento differenziato tra lato concavo e convesso della torsione.
- Muscoli obliqui e trasverso dell’addome — Gli obliqui interni ed esterni generano la componente principale della rotazione del tronco, mentre il trasverso dell’addome contribuisce alla stabilizzazione profonda e al controllo pressorio della cavità addominale.
- Cingolo scapolare — La rotazione del torace richiede un adattamento della cintura scapolare: i muscoli romboidi, trapezio medio e inferiore e dentato anteriore collaborano per mantenere l’allineamento scapolare e prevenire compensi.
- Anca e muscoli glutei — La stabilità del bacino è garantita dall’attivazione dei glutei, del piriforme e dei rotatori profondi dell’anca, che controllano la rotazione esterna e l’appoggio ischiatico.
- Diaframma — La torsione modifica la meccanica respiratoria: il diaframma si adatta alla rotazione del torace, modulando la pressione intra-addominale e favorendo un respiro più lento e direzionato.
Questa integrazione rende Matsyendrāsana una postura complessa dal punto di vista biomeccanico, in cui mobilità, stabilità e respirazione lavorano in sinergia.









