Hakama

Hakama: tra Stoffa, Storia e Spada

La divisa da allenamento nelle arti marziali prende il nome di KEIKOGI 稽古着, parola composta, che significa KEIKO (allenamento) GI (vestito, divisa, tenuta).
Il Keikogi è formato da una HAKAMA 袴 che è un indumento tradizionale giapponese che somiglia ad una larga gonna-pantalone o una gonna a pieghe.
Oltre alla disciplina dell’Ai-Jutsu, l’Hakama viene utilizzata anche dai praticanti di Iaidō, Aikidō, Kyudō, Kendō…

Le origini dell’Hakama sono molto antiche; questo indumento ebbe diverse evoluzioni nel corso del tempo.

L’Hakama ha origine nell’antica Cina, ma è stata adottata dai giapponesi nel corso dei secoli. Inizialmente era indossata da cavalieri e guerrieri come parte dell’armatura.

Durante il periodo Heian (794 -1185) l’Hakama divenne parte dell’abbigliamento formale per la nobiltà giapponese. Era indossata sia dagli uomini che dalle donne e aveva pieghe ampie e fluide.

Nel periodo Edo (1603 – 1968) l’Hakama divenne più comune tra i Samurai e i praticanti di arti marziali. Ha acquisito la sua forma attuale durante il periodo Tokugawa, cioè quella fase della storia del Giappone in cui la famiglia Tokugawa detenne il massimo potere politico e militare nel paese, attraverso lo Shōgunato.

Oggi, l’Hakama è spesso indossata nelle arti marziali tradizionali ed è anche parte dell’uniforme per alcune cerimonie formali e celebrazioni. Essa simboleggia l’armonia, l’equilibrio e la tradizione.

Infatti, è un simbolo che ci connette alle radici profonde delle arti marziali e ci invita a riflettere su valori essenziali.
Ci collega alle tradizioni tramandate da generazione in generazione. È un ponte tra il passato e il presente. Ogni piega del tessuto racchiude la saggezza dei grandi Maestri che ci hanno preceduto.
Richiama l’etica e la morale. Quando la indossiamo ci impegniamo a seguire un codice di condotta.
Richiede disciplina. È un abito che ci ricorda costantemente di perseverare, di allenarci con costanza nel rispetto delle regole.
Inoltre, ci invita a esplorare la nostra sfera interiore. Oltre alla tecnica, ci chiede di riflettere sul nostro io profondo.

Possiamo così riassumere che l’Hakama è un simbolo di impegno, saggezza e ricerca della perfezione. Quando la indossiamo, portiamo con noi tutto ciò che siamo e tutto ciò che vogliamo diventare.

Dōjō

Dōjō, luogo dell’illuminazione

Troviamo l’origine della parola Dōjō in India. In alcuni testi troviamo riportato che questo luogo si riferiva all’area in cui Gautama Buddha si dedicava all’istruzione. In altri lo troviamo nel libro sacro buddista Sutra. In Sanscrito troviamo la corrispondenza con il termine Bodhi-manda.

Bodhi significa letteralmente illuminazione, risveglio; manda definisce lo stato di luogo. Possiamo dunque dire che Bodhi-manda indica il luogo dove Buddha si è illuminato, risvegliato.

Successivamente l’espressione è stata utilizzata per indicare i posti dove Buddha insegnava. Inizialmente questa parola era usata per definire il luogo di studio dei monaci (il tempio) e della pratica Zazen. Era dunque il posto dove si praticava il miglioramento dello spirito e del corpo.

Arrivando in Cina Bodhi-manda non aveva avuto una precisa traduzione; quindi, è stato sostituito con il termine taoista di Lao-Tsze.

Venne in seguito usato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, l’antica arte marziale utilizzata nel medioevo nipponico dai guerrieri Samurai, diffondendosi sino ai giorni nostri nel mondo delle arti marziali diventando così Dōjō.

Dōjō è un termine giapponese e indica il luogo dove si svolgono gli allenamenti delle arti marziali

Analizzando il Kanji che lo compone:

DŌ = Via, Percorso, Insegnamenti
e
JŌ = luogo

Quindi è il luogo dove si pratica la Via.

La parola Dōjō racchiude molteplici significati.

Il Dōjō non è una semplice palestra dove vengono eseguiti esercizi fisici, come spesso viene definito in occidente, ma è molto di più. È un percorso completo di confronto che dura una vita intera e che nella relazione interpersonale e nello scambio di energia, su ogni piano, su ogni livello, arricchisce interiormente.

Nel Budō (Via marziale) il Dōjō è lo spazio in cui si svolge l’allenamento ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con l’arte marziale.
Anticamente il Dōjō era spesso un piccolo locale situato nelle vicinanze di un tempio o di un castello, ai margini delle foreste, in modo tale che i segreti delle tecniche venissero più facilmente preservati. Con la diffusione delle arti marziali sorsero numerosi Dōjō che venivano in molti casi considerati da maestri e praticanti una seconda casa.

Il Dōjō rappresenta un luogo di meditazione, concentrazione, apprendimento, amicizia e rispetto, è il simbolo della Via dell’arte marziale.

All’interno di un Dōjō, oltre a migliorare la tecnica dell’arte marziale, si coltivano valori profondi quali il rispetto verso sé stessi e verso gli altri, l’amicizia, l’onestà, ma anche la concentrazione, la determinazione, l’equilibrio e la meditazione.

Quando entriamo nel Dōjō, dobbiamo lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, liberare la mente da tutti i pensieri che ci fanno stare male e ci dobbiamo concentrare sulla pratica.
A sua volta la costante pratica, ci aiuta a liberare la mente da tutti i pensieri che ci fanno stare male superando così i limiti, le insicurezze e le paure.
Sincerità, rispetto e umiltà sono qualità essenziali richieste ad un praticante di un’arte marziale, qualità che permettono un autentico e continuo miglioramento.

Nel Dōjō, la violenza non ha spazio; è la forza mentale che viene enfatizzata. Questo luogo, nella cultura orientale, rappresenta la ricerca della perfetta unità tra Zen (mente) e Ken (corpo). È qui che si cerca l’equilibrio tra la mente e il corpo, portando alla massima realizzazione dell’individualità. In questo spazio, i praticanti si immergono nell’arte marziale, non solo per acquisire abilità fisiche, ma anche per coltivare la saggezza e la consapevolezza interiore.

All’interno di ogni Dōjō, esistono regole ben precise che devono essere rispettate. Queste regole, discendenti dagli antichi Samurai, contribuiscono a creare un ambiente di rispetto, disciplina e crescita personale.
L’insieme di queste regole costituisce l’etichetta (Sao) cui dobbiamo conformarci. L’etichetta (il Sao) è una parte essenziale della pratica di un’arte marziale e va seguita in modo sentito e non solo formale.
Vediamo alcune di queste regole che includono:

Cura del Keikogi: l’abito della pratica deve essere tenuto pulito e in buone condizioni. Questo dimostra rispetto per l’arte marziale e per gli altri praticanti.

Silenzio e rispetto: nel Dōjō, è importante mantenere il silenzio durante la pratica. Questo favorisce la concentrazione e il rispetto per gli altri.

Pulizia e ordine: ogni studente è responsabile della pulizia del proprio spazio e dell’area circostante. Questo insegna l’importanza dell’ordine e della cura.

Comportamento educato: essere gentili, cortesi e rispettosi con gli altri è fondamentale. Questo vale sia durante l’allenamento che al di fuori del Dōjō.

Lealtà e onestà: gli antichi Samurai attribuivano grande importanza alla lealtà. Essere leali verso i Sensei (Maestri), gli altri praticanti e l’arte marziale stessa è essenziale.

In sintesi, il Dōjō non è solo un luogo fisico per l’allenamento, ma anche un ambiente in cui si coltivano valori morali e spirituali.

Concludiamo con un incantevole frammento poetico dal titolo “Dōjō”, donato da uno dei nostri appassionati praticanti, soprannominato da Ō Sensei “Bakeneko

“… Ermetico scrigno inattaccabile.
Arcano tempio dei destini.
Denso come il mercurio e leggero come l’idrogeno.
Nella libertà del divenire fiorisce l’eterno presente.”

Kriyā Yoga - l’Arte dell’Azione Interiore

Kriyā Yoga: l’Arte dell’Azione Interiore

Kriyā parola Sanscrita dove è presente la sillaba Kri che significa azione ed è proprio in questo significato che si esprime la sua essenza.

Kriyā è l’arte di fare, di muoversi, di creare. È il respiro che si trasforma in momento, la coscienza che si esprime attraverso il corpo. In ogni Kriyā, siamo creatori e danzatori, tessitori di destini e custodi di segreti.

Quando ci si avvicina allo Yoga, sia Hatha Yoga che Kriyā Yoga, ci troviamo di fronte a un viaggio di scoperta e trasformazione.

Prima di esplorare gli aspetti energetici, dobbiamo preparare il terreno attraverso la purificazione del corpo. Le Āsana del Hatha Yoga ci aiutano a sciogliere le tensioni, a liberare le rigidità e a creare spazio nel nostro corpo.

Il corpo è il nostro primo strumento. Le contratture e le rigidità si riscontrano per prime sul corpo. Attraverso Hatha Yoga, impariamo ad ascoltare il nostro corpo, a rispettarlo e a renderlo flessibile. È la base su cui costruire.

Nel Kriyā si fa riferimento al lavoro che ognuno deve svolgere quotidianamente per superare i propri limiti e raggiungere così i propri obiettivi. Ma non è solo una questione di risultati esterni. È il processo che ci cambia dall’interno. È il viaggio che ci rende più forti, più flessibili e più consapevoli.

Anticamente questa tecnica veniva tramandata a voce dai Maestri ai propri discepoli.

Le sue origini si perdono nel tempo…

Nel 1860 in India, Mahavatar Babaji (conosciuto anche come Babaji Maharaj), una figura enigmatica e illuminata, riprese questa tecnica che trasmise poi al suo discepolo devoto Lahiri Mahasaya nel XIX secolo. Lahiri Mahasaya portò il Kriyā Yoga alla luce, dal cuore dell’Himalaya per poi passare a Sri Yukteswar, con occhi profondi e voce calma, continuò la catena. Attraverso di lui, il Kriyā Yoga si diffuse nel mondo, come un seme che germoglia. In occidente è stato reso popolare da Paramahansa Yogananda, grazie al suo libro Autobiografia di uno Yogi.

Il Kriyā è quindi una tecnica fondamentale dello Yoga e ha una storia importantissima direttamente collegata all’antica scienza del Rāja Yoga.

Il Kriyā Yoga è parte integrante del Rāja Yoga, la scienza reale. Non è solo una pratica fisica, ma un viaggio verso l’infinito. Attraverso le tecniche del respiro del Kriyā, viene accelerata l’evoluzione spirituale producendo uno stato di serenità e comunione con il divino. In ogni Kriyā, in ogni respiro, il segreto si svela.

Il Kriyā Yoga è l’antica pratica riportata alla luce, nella sua forma originaria, dal Guru Maharishi Sathyananda.

È basata sullo studio ed esecuzione di Āsana, Mudrā, Prāṇāyāma e Codici appartenenti a quello che viene definito “Yoga Iniziatico”, ovvero la più elevata espressione di questa millenaria disciplina.

La pratica costante del Kriyā Yoga non solo allena il corpo, ma promuove un’elevata produzione di endorfina, serotonina, dopamina. Queste sostanze endogene, rilasciate quotidianamente dall’organismo, interagiscono positivamente sulle cellule del nostro corpo, creando un equilibrio armonioso tra mente e corpo.

Attraverso le tecniche di meditazione del Kriyā Yoga, ci avventuriamo in un’esplorazione di trasformazione: un viaggio che illumina sia il corpo che l’anima, conducendoci verso l’essenza più intima e profonda del nostro essere. È un percorso di scoperta, dove ogni respiro diventa un passo verso la nostra verità interiore.

Katana - approfondimenti

La Katana: un viaggio nella storia

(prima parte)

La Katana, lo strumento principale dell’arte dell’Ai-Jutsu, è molto più di una semplice spada. In essa si racchiude storia, cultura, leggenda e ricerca profonda. Per avvicinarci a questa meraviglia, dobbiamo intraprendere un lungo viaggio nel tempo, risalendo indietro negli anni, ma anche un lungo viaggio fino ad arrivare in Giappone. È lì che la Katana ha preso forma, ha affascinato i Samurai e ha segnato la storia con la eleganza e potenza.

Nel Periodo Antico (prima del 650) numerosi fabbri cinesi e coreani arrivano in Giappone a costruire spade.

Ma solo in seguito nel periodo Heian (794 – 1185) le spade giapponesi assunsero la classica forma ricurva necessaria per ottimizzare le prestazioni in battaglia.

Nel periodo Kamakura (1185 – 1333) la tecnologia produttiva raggiunse livelli senza precedenti e comparvero le celebri 5 scuole di maestri spadai, corrispondenti a zone di estrazione mineraria.

  • Scuola Yamashiro (Kyoto): lame slanciate ed eleganti
  • Scuola Yamato (Nara) lame simili alle Yamashiro ma più spesse.
  • Scuola Bizen (Okayama) lame conosciute come le Ko Bizen (Vecchie Biesen) dove fu prodotto il 70% delle spade del Giappone antico; sono riconoscibili da una serie di dettagli, tra cui la caratteristica curvatura (Sori), detta anche Bizen Sori
  • Scuola Soshu (Sagami) lame larghe, lunghe e pesanti
  • Suola Mino (Seki) lame simili alle Soshu

Solo nella metà del periodo Muromashi (1333 – 1573) la Katana è diventata come noi la conosciamo.

Tra il 1573 e il 1600 nel periodo Momoyama vi è stata un’epoca di transizione alla fine della quale il Giappone fu unificato sotto il potere della dinastia dei Tokugawa che pose fine alle guerre. Con la fine delle guerre finisce il periodo della spada antica, cambiando così la sua funzione diventando più un’arma da duello che uno strumento da guerra. In questo periodo scompaiono le cinque scuole.

Inizia così un nuovo periodo per le Katane che vengono prodotte con metodi semi-industriali mirando più alla loro estetica che alla qualità.

Nel Periodo Moderno (dal 1868) Tokyo viene confermata capitale del Giappone.

Due anni dopo un editto nazionale stabilì che solo i Samurai potevano indossare la Katana. Mentre nel 1876 un secondo editto imperiale vietò di portare le Katane in pubblico, se non in cerimonie formali, determinando così la fine della classe sociale dei Samurai e della produzione delle Katane.

Molti Samurai vendettero la propria Katana, ormai inutilizzata, per sostenersi economicamente.

Fu proprio in questo periodo ed i quelli successivi (sino all’Era Showa) che nacquero le più grandi collezioni occidentali di spade giapponesi e di tutti gli oggetti tipici di dotazione di un Samurai. Oggi alcune di queste sono state trasferite a musei.

Quando nel 1945, alla fine della guerra, le forze alleate occuparono il Giappone, la costruzione di Katane, così come la pratica di arti marziali, venne proibita. In quel periodo molte Katane, anche importanti e di notevole fattura, furono requisite dai militari USA o addirittura distrutte. Dunque, pezzi di grande valore e di interesse storico andarono perduti per sempre.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la produzione di Katane tradizionali giapponesi è stata regolamentata e i moderni artigiani si sforzarono di produrre lame di grande qualità, riscoprendo le antiche tradizioni. Essi creano così le Shinsakuto (Katane contemporanee), molto costose, che hanno mercato tra gli estimatori e i collezionisti. A questo tipo di mercato si affianca quello, ad indirizzo sportivo, delle moderne repliche di Katane da pratica, spesso realizzate tramite metodi semi-artigianali che si avvalgono di macchine a controllo elettronico per la produzione a basso costo. Sebbene negli ultimi tempi la loro qualità sia nettamente migliorata, si rimane ancora ben lontani dalla qualità degli esemplari storici, sia per il tipo di acciaio, che per la geometria della lama.

Bushido

Bushidō: la Via del guerriero

Bushidō 武士道   

Analizziamo il termine BUSHIDO e scopriamo il suo significato.

BU = ardore marziale;
SHI = uomo, guerriero, saggio, eroe;
= Via, metodo, disciplina.

Bushidō viene tradotto come “la Via del guerriero”.
Il Bushidō è un codice di condotta e uno stile di vita adottato dai Samurai, antica casta guerriera del Giappone.
In esso, a differenza di altri addestramenti militari, sono raccolte, oltre le norme di disciplina, anche quelle morali quali: il giusto atteggiamento, il coraggio, l’amore universale, il retto comportamento, la sincerità, l’onore, la devozione, la lealtà…
Il Bushidō si è sviluppato fondamentalmente in tre tappe:

  • Nel XII secolo caratterizzato dallo Shintoismo
  • Con il periodo Tokugawa Shogunat (1603) è iniziata la sua riforma, fortemente influenzata dallo Zen che influì anche sulle arti marziali, sviluppando una decisa tendenza verso il Budō
  • In seguito alla restaurazione imperiale (1867) il Bushidō cambiò in senso innovativo, eliminando alcuni elementi arcaici delle forme precedenti.

Sebbene risalga al 660 a.C., questo codice fu citato per la prima volta nel Kōyō Gunkan (1616) e messo organicamente per iscritto, in seguito, da Tsuramoto Tashiro, che raccolse le regole del monaco-samurai Yamamoto Tsunetomo (16591719) nel noto testo Hagakure.

Successivamente alla Restaurazione Meiji (18661869), il Bushidō ebbe come punto fondante il rispetto assoluto dell’autorità dell’imperatore e divenne uno dei capisaldi del nazionalismo giapponese.
Lo sviluppo del codice d’onore fu caratterizzato da diverse correnti, prima fra tutte la dottrina Shintō, lo Zen e il Confucianesimo.

Lo dottrina Shintō impose la sua influenza su quella parte del Budō riferita all’estremo combattimento.

Il Confucianesimo ne determinò la morale, influenzando le consuetudini ed insegnò la fedeltà.
Lo Zen mostrò la strada dell’autocontrollo e della calma imperturbabile.
Si può quindi affermare che la dottrina Shintō, il Confucianesimo e lo Zen furono le tre colonne del codice dei Samurai.

Il Bushidō non ebbe mai la presunzione di essere una religione, fu piuttosto una legge etica ed insegnato come sistema di vita. Proprio per questo motivo ha avuto la maggiore influenza culturale, sociale e politica in Giappone.
Dalle tre principali dottrine spirituali giapponesi il Bushidō ha tratto le seguenti idee che impose nei suoi insegnamenti:

Lo Shintoismo votava il Samurai alla purezza di spirito (Makoto), alla coscienza del dovere (Giri) e alla fedeltà verso l’imperatore e il Daimyō.

Lo Zen a sopportare l’inevitabile, la concentrazione intensa in tutte le situazioni e la calma imperturbabile nelle situazioni più pericolose.

Nel Confucianesimo i Samurai hanno tratto la lealtà (Chu) verso il superiore, la stretta osservanza delle regole e l’inclinazione ad un atteggiamento giusto (Gi), la sensibilità d’animo (Yin), il senso cavalleresco (Rei), la sincerità (Shin), la saggezza (Chi) e l’equità (Gi).

Per millenni l’educazione dei Samurai ha avuto il suo fulcro nel Bushidō. Ma i Samurai erano dei guerrieri (Bushi) e per questo inserirono nella propria educazione gli esercizi delle tecniche di combattimento. Così, nel tempo, si svilupparono diverse forme di lotta con le armi e senza, esercitate dai Samurai con una straordinaria perfezione.

Solo nel corso del secolo, quando la filosofia Zen penetrò profondamente nel Bushidō, cambiarono gli scopi e i metodi di lotta dei Samurai, conquistando un significato filosofico. Dalla tecnica mortale di combattimento (Bujutsu) prese forma la filosofia di vita del Budō.

Per noi occidentali è davvero difficile arrivare a comprendere l’autentico significato del Bushidō.

Possiamo però riassumere che il Bushidō è la Via che permette all’uomo di superare i limiti della propria natura e di andare oltre sé stesso.

Torneremo a parlare di Bushidō.

Anche perché il Bushidō è alla base della
disciplina che pratichiamo, l’Ai-Jutsu. Il Fondatore di questa disciplina, Sensei Maharishi Sathyananda nei 63 Kata, ne ha codificato 6 di meditazione che prendono il nome dai 6 elementi: 天 Ten (cielo), 土 Chi (terra), 火 Hi (fuoco), 水   Mizu (acqua), 風

Kaze (vento), 氣 Ki (energia).

Durante l’esecuzione di questi Kata, attraverso la contemplazione dei dettagli l’esecuzione diventa armoniosa permettendo alla nostra mente di sperimentare uno stato di profonda meditazione.

Yoga - approfondimenti

YOGA: un viaggio tra antichità e saggezza

Lo Yoga, con le sue radici profonde e le sue molteplici sfaccettature, è un mondo vasto e affascinante. Non possiamo ridurlo a una singola definizione o a uno stereotipo. È molto di più. Esso è una disciplina millenaria cha abbraccia corpo, mente e spirito. È una danza tra movimento e quiete, tra respiro e consapevolezza.

Ogni articolo che si scrive sullo Yoga non è mai risolutivo, ma vuole essere uno stimolo. Uno sprone per continuare a esplorare, a chiederci “cosa c’è di più?” e a mantenere viva la fiamma della curiosità.

L’essenza del nostro percorso nello Yoga risiede proprio nella ricerca e nella conoscenza. E’ come un viaggio senza fine, dove ogni Āsana, ogni respiro, ogni parola dei testi antichi ci spinge a scavare più a fondo. È un percorso di vita, un’opportunità di crescita continua.
Quindi, benvenuti in questo viaggio.

La parola sanscrita Yoga è considerata un indicatore neutro, un sostantivo generico che contestualizzazione all’interno del testo in cui appare.
Yoga rimane Yoga in sanscrito, italiano, inglese, tedesco, ebraico… In un mondo ideale, non avrebbe bisogno di traduzione. Tuttavia, coloro che adottano questo termine attribuiscono significati diversi alla parola “Yoga”, a seconda dei loro obiettivi e delle loro intenzioni. Il contesto storico di chi interpreta o “traduce” la parola influenza e modifica il suo stesso significato.
La parola Yoga è un tesoro di significati e sfumature…

Nel Ṛgveda, la sua presenza è come un caleidoscopio di interpretazioni. Yoga danza tra le pagine degli inni, rivelando segreti antichi e connessioni profonde: aggiogare, unire, badare, incoccare. In ogni significato, Yoga è un richiamo alla saggezza antica, un invito a esplorare e a fondersi con l’infinito (Ṛgveda è una raccolta di inni. “Ṛg” significa inni o strofe, mentre “veda” sapienza o conoscenza).

Nel mondo dei testi antichi, Patañjali il filosofo indiano, intreccia le parole come un abile tessitore. Nella sua opera “Yoga Sūtra”, lo Yoga assume principalmente due significati: metodo/disciplina: qui, lo Yoga è come un sentiero che si snoda attraverso la giungla della mente. È la disciplina che ci guida, passo dopo passo, verso l’arresto delle turbolenze mentali. Raccoglimento metacognitivo. Lo Yoga è anche il Samādhi, il momento in cui la mente si fonde con l’infinito. È come immergersi nell’oceano della coscienza, oltre le onde delle distrazioni. I primi due Sūtra, Patañjali ci invita a scrutare le Vṛtti, le attività della mente. Attraverso la pratica, possiamo raggiungere il Samādhi, l’assorbimento totale.

NellAmarakośa, il primo “dizionario” sanscrito sopravvissuto, scritto tra il VI e l’VIII secolo, la parola Yoga ha ben cinque significati: prepararsi alla guerra: come un guerriero che affila la spada, lo Yoga ci invita a prepararci per la battaglia della vita. Una guerra interiore contro le nostre paure e i nostri limiti. Mezzo: lo Yoga è il ponte tra il visibile e l’invisibile, tra il corpo e lo spirito. È il mezzo attraverso cui possiamo scoprire la nostra vera natura. Contemplazione: lo Yoga ci conduce alla contemplazione profonda. È il silenzio interiore in cui possiamo ascoltare la voce dell’anima, la voce più sottile e profonda che è in noi. Unione: lo Yoga è l’unione tra mente e corpo, tra individuo e universo. È il filo che lega tutto ciò che esiste. Ragionamento: lo Yoga ci sfida a esplorare, a interrogare, a ragionare. È la luce che illumina l’intelletto.

Nelle Upaniṣad (insieme di testi religiosi e filosofici indiani composti in lingua sanscrita a partire dal IX secolo a.C. fino al IV secolo a.C.) si parla di “Yoga Ātmā” e il significato è interessante per chi pratica Yoga. Ātman qui significa “petto, cuore”. È l’essenza stessa dell’anima, il centro in cui risiede la nostra coscienza. È il luogo dove il respiro danza con l’eternità. Yoga è nella sua accezione di “disciplina”. È la pratica che ci connette al nostro Chitta (mente, coscienza), la mente che riflette l’universo.

Nel testo più̀ sacro dell’India, la Bhagavadgītāla parola Yoga si manifesta in almeno tre sfumature:

  • Equidistanza e immobilità. Lo Yoga è un pilastro saldo su cui poggiamo le nostre azioni. È l’arte di agire senza attaccamento, mantenendo l’equilibrio tra amore e avversione. È l’immobilità interiore che ci permette di danzare con il mondo senza esserne schiavi.
  • Maestria nelle azioni. Per chi possiede consapevolezza, il bene e il male si dissolvono come nebbie al sole. Yoga è la maestria nelle azioni quotidiane. È l’attenzione consapevole che permea ogni gesto, ogni respiro. È l’arte di vivere con presenza e discernimento
  • Scioglimento del disagio. Infine, Yoga è quel qualcosa ce ci permette di staccarci dal disagio, di sciogliere le catene dell’angoscia. È il respiro profondo che ci libera.

La parola Yoga deriva dalla radice sanscrita Yuj  युज्, che significa “unire” o “unione”. È un richiamo alla fusione, all’abbraccio tra cielo e terra. È il filo d’oro che collega la coscienza individuale a quella universale. Yoga è molto più di posture fisiche, abbraccia la mente, il respiro e lo spirito.

Secondo antichi testi, praticare Yoga porta all’unione della coscienza individuale con la coscienza universale, generando una perfetta armonia tra mente e corpo e tra uomo e natura.

Lo Yoga è un viaggio senza fine, un percorso di vita in cui ogni Āsana, ogni respiro, ci conduce verso la nostra essenza più profonda. È l’arte di unire mente, corpo e spirito, danzando tra le dualità e fondendoci con l’infinito.

 

Yoga è arte supportata
dalla scienza e conoscenza
del corpo umano,
di tutte le sedi anatomiche,
ubicazione e funzionalità
della loro morfologia
(Guru Maharishi Sathyananda)

 

Mokuso - approfondimenti

Mokusō: la meditazione in movimento nell’arte dell’Ai-Jutsu

Quando parliamo di meditazione la prima cosa che ci viene in mente è l’immagine di una persona seduta, a gambe incrociate, ad occhi chiusi, con le mani in Cin-Mudrā, o in Dyana Mudrā. Difficilmente evochiamo un’immagine in movimento…

Nella disciplina dell’Ai-Jutsu il concetto di meditazione viene tradotto con il termine MOKUSŌ NO KOKYŪ UNDŌ.

MOKUSŌ è un tipo di meditazione praticata nelle arti marziali giapponesi.

Il primo Kanji si legge “Moku” 黙 e significa silenzio o fermarsi, il secondo è “Sō” 想 e significa pensare o concentrarsi.

Mokusō può essere letto anche come “meditare silenziosamente

Quando entriamo nel Dōjō la nostra mente è ancora eccitata e iperattiva, sopraffatta dal frenetico mondo esterno: traffico, rumore, folla, stress… Continuamente bombardata da sollecitazioni che riceviamo durante la giornata attraverso strumenti quali mail, cellulare, social…

Praticando l’Arte dell’Ai-Jutsu, tutti i pensieri accumulati durante la giornata iniziano a dissolversi lasciando spazio alla consapevolezza, elemento fondamentale per poter vivere nel presente, nell’istante.

Analizzando KOKYŪ UNDŌ, invece, scopriamo che Kokyū 呼吸 viene tradotto come respiro, respirazione ed esso è composto da “ko” che vuol dire inspirare e “kyū” espirare. Mentre Undū 運動 significa esercizi.

Quindi specifici esercizi respiratori abbinati a specifiche tecniche motorie, consentono alla nostra mente di svuotarsi dai pensieri ripetitivi per raggiungere uno stato di pace interiore.

Attraverso la pratica dell’Ai-Jutsu, la nostra mente rimane concentrata sul dettaglio di un esercizio, di una tecnica o di un Kata, supportata dal respiro. La concentrazione e il respiro portano il praticante ad eseguire movimenti fluidi ed armoniosi, dove la mente raggiunge uno stato profondo di calma e di silenzio. Questo stato mentale crea una sensazione di vuoto mentale che conduce il praticante a realizzare una pratica perfetta dove nulla, al di fuori di lui, viene tenuto in considerazione.

Continuando a praticare l’Ai-Jutsu, i livelli di stress vengono notevolmente ridotti, non solo durante la pratica, ma anche in altri momenti della giornata.

In poco tempo è possibile raggiungere uno stato di totale benessere fisico e mentale.

Condividiamo un passo importante e significativo rispetto al concetto appena espresso sulla “meditazione in movimento” tratto dal libro “Kata” di Kenji Tokitsu.

Così Tesshu, qualche anno dopo aver raggiunto lo stato supremo, vedendo il maestro Yamada, che aveva sessant’anni, eseguire un Kata di spada, esclamò:
“Dunque, è possibile andare così in profondità con la sola spada!
Con questo Kata ci si può dispensare dal fare ricorso allo Zen”

E per concludere una frase del nostro O’ Sensei Maharishi Sathyananda

L’Ai-Jutsu è meditazione vivente che si esprime attraverso l’armonia del corpo

Ai-Jutsu - approfondimenti

L’Ai-Jutsu è innanzitutto un’Arte

Essa è stata creata e codificata all’interno del metodo scientifico, unico e completo dal Sensei Maharishi Sathyananda il quale, dopo un lungo percorso di studio e pratica di diverse arti marziali, ha reso questo Metodo Unico in Europa e forse anche nel Mondo.

Difficile condensare in poche parole cosa rappresenta quest’Arte.

Possiamo dire che quest’Arte consiste nello studio e applicazione individuale, quindi senza un reale avversario, di forme di combattimento, chiamati Kata. Dove l’unico vero avversario siamo noi stessi.

Quest’Arte è rivolta a tutti: bambini, adolescenti, adulti e a persone non più giovani e viene praticata in massima sicurezza.

Eleganza e perfezione sono proprie anche dello strumento utilizzato nell’Ai-Jutsu, la Katana, spada giapponese dei Samurai, antichi nobili guerrieri del Giappone e indossando il Keikoji, divisa che viene utilizzata durante la pratica.

Praticando nel tempo è possibile sperimentare un totale distacco dal quotidiano; mente e corpo si liberano da tensioni e da problemi permettendo così di vivere intensi momenti di gioia, pace e serenità.

Il termine Ai-Jutsu viene tradotto in “Via dell’Armonia” ed è in questo significato che si racchiude l’essenza di quest’Arte: l’armonia prende forma in ogni singola espressione, in ogni gesto movimento e persino nella tecnica.

“Il praticante di Ai-Jutsu è un fiore di ciliegio trasportato dal vento”

(Sensei Maharishi Sathyananda)