Yoga Ai-Jutsu - Novate Milanese - Milano - Mushin

MUSHIN - Senza mente

Nelle arti marziali, il concetto di “vuoto” è spesso espresso con il termine “MUSHIN” 無心 che significa “senza mente” o “mente vuota”. La scelta di utilizzare all’inizio dell’anno sportivo la parola MUSHIN come password è stata determinata dal desiderio di stimolare ognuno di voi alla ricerca del vuoto. Questo stato mentale non è valido solo nelle arti marziali, in particolare nell’arte dell’Ai-Jutsu, ma trova applicazione anche nella pratica dello Yoga e nella vita di tutti i giorni.

Lo stile di vita e la società attuale ci impongono ritmi serrati, impegni improrogabili e una continua necessità di fare qualcosa, come se avessimo disimparato a rimanere fermi e ad ascoltare la musica del silenzio che suona dentro di noi.

Addentriamoci quindi nel significato profondo della parola Mushin, consapevoli che l’argomento trattato non sarà esaustivo, ma con l’intento di creare in ognuno di voi la curiosità di approfondire l’argomento attraverso la ricerca personale.

Mushin si traduce approssimativamente come “senza mente” o “mente vuota” ed è un concetto profondo nelle arti marziali e nella filosofia Zen. È uno stato mentale in cui la mente è libera da pensieri, emozioni e distrazioni. Questo stato permette al praticante di reagire in modo spontaneo e naturale, senza esitazioni o interferenze da parte di pensieri coscienti. È spesso descritto come uno stato di “non mente”, dove la mente è aperta a tutto e non è fissata su nulla.

Il termine è l’abbreviazione di “Mushin no Shin” 無心の心 che significa “la mente senza mente”. Questo concetto è radicato nella filosofia Zen e Taoista, dove la meditazione e la pratica quotidiana mirano a raggiungere uno stato di consapevolezza pura e non giudicante.

Nelle arti marziali, raggiungere lo stato di Mushin è fondamentale per eseguire tecniche con precisione e fluidità. Durante il combattimento, una mente libera da pensieri di rabbia, paura o ego permette al praticante di agire e reagire in modo intuitivo e istintivo. Questo stato non è solo utile in combattimento, ma anche nella pratica quotidiana dei Kata (forme) e delle tecniche di base.

Per chi pratica Ai-Jutsu, è evidente quanto sia cruciale mantenere la mente vuota durante l’esecuzione di un Kata o durante il Suburi. Basta che un piccolo pensiero entri nella nostra mente, o che la nostra mente esca dal Dōjō e vada a qualche situazione vissuta o da vivere, e automaticamente ci blocchiamo. Improvvisamente non ricordiamo più cosa dobbiamo fare. Una strana sensazione ci avvolge, rendendoci incapaci di continuare.

Questo fenomeno dimostra quanto sia importante il Mushin: solo con una mente libera e vuota possiamo eseguire le tecniche in modo fluido e naturale, senza interruzioni o esitazioni. La pratica costante e la meditazione ci aiutano a raggiungere questo stato, permettendoci di migliorare non solo nelle arti marziali, ma anche nella nostra vita quotidiana.

Il concetto di Mushin lo troviamo anche nel contesto dello Yoga e può essere paragonato allo stato di Dhyana o meditazione profonda, dove la mente è libera da distrazioni e completamente focalizzata sul presente. Questo stato di mente vuota permette ai praticanti di Yoga di arrivare all’essenza della disciplina, preparandoli per il “viaggio” della meditazione e della continua ricerca della perfezione. Uno stato di profonda unione tra mente e corpo.

Così come nell’Ai-Jutsu, anche nello Yoga si cerca di raggiungere uno stato di consapevolezza pura, dove la mente è libera da pensieri e giudizi. Questo permette di vivere ogni momento nel presente, nel “qui e ora”, in modo pieno e autentico.

Attraverso questo stato profondo, il praticante, sia di Yoga che di Ai-Jutsu, avrà la possibilità di connettersi con l’essenza interiore più sottile e autentica di sé.

Ci sono molte storie che ci riconducono al concetto di Mushin.

Si dice che i Samurai cercassero di raggiungere lo stato di Mushin per essere pronti a qualsiasi situazione in battaglia. Un famoso racconto narra di un Samurai che, durante un duello, riuscì a sconfiggere il suo avversario senza pensare a una strategia specifica, ma semplicemente reagendo in modo naturale e spontaneo.

Mentre molti Maestri di Yoga raccontano di come, attraverso la pratica costante e la meditazione, siano riusciti a raggiungere uno stato di mente vuota, che ha permesso loro di superare sfide personali e di crescere spiritualmente.

Molti artisti marziali cercano di applicare il concetto di Mushin anche nella vita quotidiana. Ad esempio, un maestro di arti marziali racconta di come, durante una passeggiata, riuscì a mantenere la mente completamente vuota e aperta, vivendo ogni momento in modo pieno e autentico. Questo stato di consapevolezza pura gli permise di apprezzare la bellezza del mondo intorno a lui e di sentirsi in armonia con la natura.

Come nelle arti marziali, anche nello Yoga il concetto di Mushin può essere applicato nella vita quotidiana. Mantenere una mente aperta e libera dall’eccessivo dialogo interiore durante le attività di ogni giorno permette di sviluppare maggiore presenza, ascolto e consapevolezza.

Fermarsi. Respirare. Ascoltare.

Forse il significato più profondo di Mushin non è imparare ad aggiungere qualcosa alla nostra vita, ma imparare a lasciare andare ciò che è superfluo. Quando la mente si quieta e il rumore si dissolve, emerge uno spazio nuovo, limpido e silenzioso.

È in quello spazio che il gesto diventa naturale, il respiro ritrova il suo ritmo e la presenza si manifesta in tutta la sua semplicità.

Che questo anno di pratica possa essere un invito a coltivare quel vuoto fecondo, quel silenzio pieno di possibilità, nel Dōjō, sul tappetino e nella vita di ogni giorno.

PRESENZA_Approfondimenti

PRESENZA - Il punto da cui tutto inizia

La presenza è la soglia. È il primo passo, il più semplice e il più radicale: essere qui. Non come concetto astratto, ma come scelta concreta, incarnata, che coinvolge il corpo, il respiro, la mente e l’intenzione.

Prima di imparare una tecnica, prima di cercare una postura corretta, prima di voler raggiungere un risultato, esiste una condizione fondamentale: esserci. Nelle nostre discipline – Yoga e Ai‑Jutsu – la presenza è la radice che sostiene ogni gesto, ogni postura, ogni relazione. È ciò che permette all’allievo di entrare nel percorso con autenticità, senza fuggire nel passato e senza proiettarsi continuamente nel futuro.

La presenza è il momento in cui smettiamo di essere altrove. E torniamo qui.

E quando la presenza si stabilizza, anche per pochi istanti, accade qualcosa di sottile: il gesto si semplifica, il respiro si distende, la mente smette di inseguire. Non è un miglioramento tecnico: è un riallineamento interno. La presenza non è un atto di volontà, ma un atto di disponibilità: disponibilità a vedere, a sentire, a riconoscere ciò che c’è — anche quando ciò che c’è non coincide con ciò che vorremmo trovare.

Essere presenti significa accorgersi di dove siamo realmente: non dove pensiamo di essere, non dove vorremmo essere, non dove crediamo di dover essere. La presenza è un atto di sincerità. E ogni percorso autentico inizia da un atto di sincerità.

Etimologia e significati profondi

La parola presenza deriva dal latino praesentia, da praesens, “presente, che è davanti”, a sua volta collegato a prae‑esse: essere davanti, essere presente.

Nella tradizione yogica possiamo avvicinare questo principio a Dharana, la concentrazione: la capacità di raccogliere la mente e mantenerla orientata verso un punto.

Nel Budō incontriamo invece Zanshin, la qualità di una presenza vigile che continua anche dopo la conclusione dell’azione.

Non sono sinonimi perfetti, ma indicano tre aspetti complementari:

  • Presenza: esserci.
  • Dharana: raccogliersi.
  • Zanshin: rimanere vigili.

La presenza, quindi, non è semplice immobilità. È disponibilità piena a ciò che accade.

Presenza nello Yoga

Nello Yoga, la presenza nasce dal respiro. Il respiro è il ponte che riporta la mente al momento presente. Quando l’attenzione si disperde, il respiro ci richiama. Quando la mente anticipa, il respiro ci radica.

Nell’Āsana, la presenza diventa ascolto: il corpo non è un oggetto da collocare in una forma, ma un luogo da abitare. Nella meditazione, la presenza diventa osservazione: vedere ciò che accade senza doverlo immediatamente giudicare o modificare. In Dharana, la presenza diventa direzione: la mente si raccoglie, si orienta, si stabilizza.

La presenza è ciò che trasforma la pratica da semplice movimento a consapevolezza.

Presenza nell’Ai‑Jutsu

Nell’Ai‑Jutsu, la presenza permette di percepire con chiarezza:

  • la distanza, il maai;
  • il tempo dell’azione;
  • la qualità del gesto;
  • il proprio stato interno;
  • l’intenzione che precede il movimento.

È una vigilanza calma, non una tensione. È Zanshin: l’attenzione che non si interrompe quando il gesto termina.

Nell’Ai‑Jutsu, ciò che chiamiamo “avversario” diventa anche uno specchio di ciò che accade dentro di noi: la paura che irrigidisce, la fretta che rompe il tempo, l’anticipazione che ci porta fuori dal momento, l’ego che vuole prevalere, la distrazione che frammenta il gesto.

Quando il praticante è presente, il gesto cambia.

Non è più soltanto reazione. Diventa risposta.

Non è tensione. Diventa chiarezza.

Non è sforzo. Diventa allineamento.

Una storia per comprendere

Nella Katha Upaniṣad, si racconta che un giovane di nome Naciketa osservasse suo padre compiere un grande sacrificio. Era un rito solenne, destinato a portare merito e purezza. Eppure, tra gli animali offerti, Naciketa vide vacche vecchie, stanche, ormai incapaci di dare latte. Un dono che non era un vero dono.

Il ragazzo non riusciva a ignorare quella contraddizione. La verità, quando la si vede, non permette di voltarsi dall’altra parte. Così chiese al padre, con la sincerità diretta dei giovani: «A chi mi donerai tu?»

Il padre, irritato dalla sua insistenza, rispose d’impulso: «Ti dono a Yama, il signore della morte.»

Quelle parole, pronunciate per collera, avrebbero potuto essere dimenticate. Ma Naciketa non le dimenticò. Non perché desiderasse morire, ma perché sentiva che la verità va seguita fino in fondo, anche quando conduce in luoghi che spaventano.

Così partì. Da solo. Verso la dimora di Yama.

Il cammino era lungo, silenzioso, privo di indicazioni. Naciketa non sapeva cosa avrebbe trovato, né se sarebbe stato accolto. Ma continuò a camminare, guidato da una domanda che non voleva più ignorare.

Quando finalmente raggiunse la soglia della casa di Yama, trovò la porta chiusa. Il signore della morte non era lì. Nessuno lo invitò a entrare. Nessuno gli disse cosa fare.

Naciketa rimase. Rimase per una notte. Rimase per la seconda. Rimase per la terza.

Non era un’attesa passiva. Era una presenza vigile. Una presenza che non si spezzava nel dubbio, né si consumava nella paura. Il giovane non sapeva se Yama sarebbe tornato, né se avrebbe ottenuto una risposta. Ma non fuggì. Non abbandonò la sua ricerca. Rimase.

Quando Yama finalmente ritornò, trovò il giovane ancora lì: fermo, stabile, integro. Non c’era rabbia nel suo volto, né supplica. Solo una calma determinazione.

Yama comprese allora che quel ragazzo possedeva una qualità rara: la capacità di non fuggire davanti alla verità, anche quando la verità tarda ad arrivare. Per questo gli concesse tre doni. Tre aperture. Tre risposte che non si ottengono con la forza, ma con la fermezza.

Il primo dono fu la pace: il legame con il padre tornò sereno. Il secondo fu una guida: un insegnamento per orientarsi nella vita con chiarezza. Il terzo fu la comprensione più profonda: sapere che esiste in noi qualcosa che non è toccato dalla paura né dal cambiamento.

La storia di Naciketa è una storia di presenza. Non la presenza che si limita ad aspettare, ma quella che rimane. Che respira dentro l’incertezza. Che non scappa quando ciò che abbiamo davanti è difficile, scomodo, o ancora senza forma.

Naciketa non conquista la verità. La riceve perché è rimasto.

Citazioni sulla presenza

«Dovunque tu vada, ci sei.» — Jon Kabat‑Zinn

«La mente che si volge verso il Sé è presenza.» – Ramana Maharshi

«Il momento presente è tutto ciò che hai.» Eckhart Tolle

«Il vero Budō è essere in armonia con il movimento dell’universo.» — Morihei Ueshiba

«Zazen significa essere completamente presenti.» Taisen Deshimaru

Queste prospettive convergono in un’unica intuizione: la presenza non è qualcosa da conquistare, ma qualcosa a cui ritornare.

Letteratura e tradizioni

Nella tradizione yogica, l’attenzione stabile è parte essenziale del cammino verso la concentrazione e la meditazione.

Negli Yoga Sutra di Patañjali, Dharana indica il raccoglimento della mente su un determinato punto.

Nel Budō, Zanshin richiama invece una qualità di attenzione che permane oltre il gesto.

Due prospettive differenti, ma entrambe ci ricordano che la pratica non consiste soltanto nel fare. Consiste nel come siamo mentre facciamo.

Una riflessione conclusiva

La presenza è il primo incontro con la verità del praticante: il momento in cui il corpo smette di essere un mezzo e torna a essere una casa. È la condizione che rende possibile ogni qualità successiva: stabilità, ascolto, equilibrio. Non è ancora tutto, ma è ciò da cui tutto può nascere.

La presenza non si conquista una volta per tutte: si coltiva, momento dopo momento. E più impariamo a esserci, più iniziamo a percepire come stiamo davvero: dove siamo stabili, dove ci sbilanciamo, dove ci perdiamo.

Essere presenti è il primo passo. Il passo successivo nasce proprio da ciò che la presenza rivela: quando finalmente ci vediamo, possiamo iniziare a comprendere come stiamo.

La pratica del mese

La prima password del percorso è: PRESENZA.

Prima di iniziare, fermati un momento. Respira. Ascolta il corpo, osserva la mente, senti dove sei.

E scegli di esserci.

Durante la pratica — che sia un’Āsana, un passaggio di Kata o un semplice movimento — prova a coltivare la presenza. Non è un compito in più da aggiungere alla giornata: è un modo diverso di stare in ciò che già fai.

Quando cammini, cammina.

Quando respiri, respira.

Quando ascolti qualcuno, ascoltalo davvero.

Quando pratichi, rimani nel gesto.

E quando ti accorgi di essere altrove, non giudicarti. Semplicemente, torna: al respiro, al corpo, a ciò che accade adesso.

Perché ciò che rende un percorso autentico non è solo eseguire un piegamento, una postura o un’azione nei Kata: è la capacità di portare ciò che si impara nel Dōjō e in aula dentro la vita di tutti i giorni.

Le porte si riaprono e la pratica torna a prendere forma

Le porte si riaprono e la pratica torna a prendere forma

Da martedì 1° settembre la nostra Associazione riprende le attività e torna a respirare il ritmo delle sue discipline — Yoga e Ai‑Jutsu — dei suoi allievi e dell’energia che ci accompagna da sempre.

Settembre sarà un mese di movimento e nuovi inizi: parteciperemo alla Settimana dello Sport del Comune di Novate con due appuntamenti aperti alla cittadinanza, pensati per far conoscere da vicino le nostre pratiche e il loro significato:

  • Giovedì 10 settembre, dalle 18:30 alle 19:30, lezione aperta a tutti presso il giardino di Villa Venino.
  • Domenica 13 settembre, presenza per l’intera giornata alla Festa dello Sport con il nostro stand; dalle 16:30 alle 17:15 proporremo una esibizione dedicata alle nostre discipline.

L’autunno porterà con sé anche due nuovi corsi base, dedicati a chi desidera avvicinarsi alle pratiche con curiosità e consapevolezza:

  • Yoga, dal 1° ottobre
  • Ai‑Jutsu, dal 6 ottobre

Per chi desidera orientarsi prima di iniziare, abbiamo previsto degli incontri introduttivi, momenti dedicati alla conoscenza delle discipline e alla qualità della pratica:

  • Yoga, giovedì 17 e 24 settembre
  • Ai‑Jutsu, martedì 22 e 29 settembre

Due percorsi, due possibilità, un’unica intenzione: ritrovare il proprio spazio di pratica e iniziare (o ricominciare) con serenità, curiosità e voglia di crescere.

Le porte si riaprono, il tatami si prepara, i tappetini si srotolano e l’energia del gruppo è pronta a tornare a fluire. Settembre è il mese dei nuovi inizi: lasciamoci ispirare.

Soffio dei Kami Mitologia nei Kata dell'Ai-Jutsu - approfondimenti

Soffio dei Kami: Mitologia nei Kata dell'Ai-Jutsu

Scrivere un articolo sulla mitologia giapponese è senza dubbio affascinante e coinvolgente e offre l’opportunità di esplorare un universo ricco di storie, divinità e simbolismi profondi.
Nel vasto e misterioso panorama delle mitologie mondiali, quella giapponese si staglia con un fascino unico, tessendo storie di divinità ed eroi che risuonano attraverso i secoli.
Essa è un complesso sistema di credenze che si intreccia con la religione e cultura del Giappone.
Le origini della mitologia giapponese si perdono nella notte dei tempi, dove mito e storia si intrecciano in un abbraccio indissolubile.
La mitologia giapponese è fortemente legata allo Shintoismo, la religione indigena del Giappone.
Il pantheon shintoista comprende oltre 8 milioni di Kami, che sono spiriti o divinità associati a elementi naturali, luoghi sacri e concetti astratti.
Le storie mitologiche giapponesi sono raccolte in testi antichi come il Kojiki “registrazione di cose antiche”. E’ il più antico libro riconosciuto di miti, leggende e storie giapponesi. Lo Shintoshu spiega le origini delle divinità giapponesi da un punto di vista Buddhista, mentre il Hotsuma Tsutae riporta una versione sostanzialmente diversa della mitologia nipponica.
Il Nihonshoki, noto anche come Nihongi, è un testo fondamentale per la storia e la mitologia giapponese. Compilato nel 720, è il secondo libro più antico della storia classica giapponese.
A differenza del Kojiki che era scritto in giapponese, il Nihonshoki era scritto in cinese classico, seguendo la tradizione dei documenti ufficiali del tempo.
Questi testi narrano le origini del mondo, la creazione delle isole giapponesi e le gesta degli dei.
Nella mitologia giapponese troviamo Izanagi ed Izanami.
Questi due esseri divini, attraversando il ponte celeste di Amanohashidate, discesero sulla terra, dando inizio alla creazione del Giappone e delle sue isole.
Tra queste divinità spiccano figure come Amaterasu, la Dea del Sole, che illumina il mondo con la sua luce e rappresenta la sovranità e la nobiltà; Susanoo, il Dio delle Tempeste, noto per le sue imprese eroiche e per aver sconfitto il drago a otto teste, Orochi.
Nel mito della creazione, gli dei Izanagi e Izanami sono incaricati di creare la prima terra.
Dalla loro unione nascono le isole del Giappone e numerose altre divinità.
La mitologia giapponese è ricca di creature fantastiche come i Tengu (spiriti delle montagne) e i Kappa (creature acquatiche). Essa ha influenzato l’arte, la letteratura e i moderni media come manga e anime.
Spesso gli antichi miti vengono reinterpretati in opere contemporanee.
Molti racconti mitologici contengono insegnamenti morali e riflessioni sulla natura umana e sul rapporto con il divino.
Per indicare quelli che gli occidentali considerano demoni, i giapponesi utilizzano il termine Mazoku.
Tra i 63 Kata dell’Ai-Jutsu codificati dal nostro Ō Sensei Maharishi Sathyananda, emergono figure che danzano direttamente dalle pagine della storia, incarnando le virtù delle antiche divinità. Nel gruppo dell’Ai-Jutsu Buten Ryu, composto da 10 Kata, ben 9 di questi sono un omaggio vivente a queste potenti entità.
Ogni movimento è un dialogo silenzioso con gli dei, ogni posizione è un passo verso l’illuminazione. Questi Kata non sono semplici sequenze di movimenti; sono capitoli di una narrazione che si snoda attraverso millenni, un ponte tra il passato glorioso e il nostro presente in continua evoluzione.
Lasciate che il vostro spirito si elevi insieme ai gesti ancestrali dei Kata, e scoprite come, attraverso la pratica dell’Ai-Jutsu, possiamo toccare l’essenza stessa dell’infinito.
Dal secondo Kata in poi troviamo…
Kongōrikishi insieme a Shukōngoshin sono detti anche i due Niō insieme scortarono il Buddha durante il suo viaggio in India e oggi si trovano spesso all’ingresso di molti templi Buddhisti.
Kongōrikishi raffigurato con la bocca chiusa nel Kototama “Un”, segno di determinazione a combattere gli avversari interiori. Simboleggia la forza latente, ma è pronto ad agire senza timore.
Shukōngoshin, con la sua lancia pronta, incarnando l’azione decisa e fulminea, difendendo il Dharma con la stessa rapidità e precisione del fulmine che squarcia il cielo è raffigurato con la bocca aperta, simbolo di potenza, pronuncia il Kototama “A” un grido che scaccia tutti i nemici esteriori.
Fūjin è il dio del vento, raffigurato come un uomo muscoloso con un grande sacco di stoffa sulle spalle pieno di numerosi venti. È una divinità che simboleggia la potenza e il cambiamento, capace di portare sia brezze benefiche sia tempeste devastanti.
Raijin, invece, è il dio del tuono e dei fulmini, noto per il suo aspetto feroce e per i tamburi che suona per creare i tuoni. È una figura temuta ma anche rispettata, poiché le tempeste che porta sono essenziali per la vita e la fertilità della terra.
Proseguendo con i Kata di questo gruppo troviamo i cinque guardiani venerati come protettori del mondo e del Dharma, ognuno con attributi e simboli specifici che riflettono le loro responsabilità e poteri, stiamo parlando degli Shitennō figure centrali nella mitologia Buddhista, conosciuti come “i Re Celesti”:
Tamonten (in Sanscrito Vaiśravaṇa): Guardiano del Nord, combattente del male, è colui che ascolta molti insegnamenti, che diffonde la conoscenza e che punisce i malvagi.
Zōchōten (in Sanscrito Virūḍhaka): Guardiano del Sud, simboleggia la crescita spirituale, colui che si espande, che allevia la sofferenza e combatte l’ingiustizia.
Jigokuten (in Sanscrito Dhŗtarāṣṭra): Guardiano dell’Est, colui che sorveglia il regno, che assicura la pace, che protegge i popoli.
Kōmokuten (in Sanscrito Virūpākṣa): Guardiano dell’Ovest, colui che vigila ad occhi aperti, che distingue il bene dal male, che protegge chi è nel giusto.
Taishakuten (in Sanscrito Indra): Guardiano del Centro, Signore di tutte le direzioni, e Sovrano degli Shitennō.
Il nostro viaggio tra gli dei non conosce fine; presto, ci addentreremo ancora una volta nel dedalo di miti e immagini che incantano l’anima. Restate sintonizzati, per proseguire insieme il viaggio attraverso i sussurri del tempo, dove gli echi degli antichi risvegliano sogni e visioni che ancora danzano nel presente.

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Scatti rubati: un viaggio nel mondo interiore

Domenica 19 maggio al mattino, si sono svolte delle lezioni speciali, quelle che riscaldano l’anima. È bello poterle condividere…
… ci ritroviamo distesi sul tappetino. Il calore del sole ci avvolge come un abbraccio mentre ci prepariamo per una sequenza di Āsana. È il momento in cui il corpo si risveglia, danzando al ritmo del nostro respiro, accompagnandoci in un viaggio nel nostro mondo interiore.
Questi scatti rubati non sono semplici fotografie; sono finestre aperte sulla nostra storia. Sia che siamo immersi nella quiete del tappetino o che il nostro sguardo sia fermo e concentrato mentre studiamo un Kata del Ken-Jutsu, ogni gesto è un dialogo silenzioso con la nostra Katana.
Ma il vero nemico da sconfiggere è dentro di noi.
Ogni movimento, ogni taglio, ogni respiro diventa una danza contro le nostre paure, le nostre insicurezze, i nostri limiti.
Non importa se le foto rubate non sono perfette.
Sono preziose per noi, perché catturano l’essenza della nostra forza, la resilienza di ognuno di noi.
Sono i frammenti di un viaggio che ci porta verso la consapevolezza e l’equilibrio, verso la parte più sottile e vera di noi stessi.

Dōjō

Dōjō, luogo dell’illuminazione

Troviamo l’origine della parola Dōjō in India. In alcuni testi troviamo riportato che questo luogo si riferiva all’area in cui Gautama Buddha si dedicava all’istruzione. In altri lo troviamo nel libro sacro buddista Sutra. In Sanscrito troviamo la corrispondenza con il termine Bodhi-manda.

Bodhi significa letteralmente illuminazione, risveglio; manda definisce lo stato di luogo. Possiamo dunque dire che Bodhi-manda indica il luogo dove Buddha si è illuminato, risvegliato.

Successivamente l’espressione è stata utilizzata per indicare i posti dove Buddha insegnava. Inizialmente questa parola era usata per definire il luogo di studio dei monaci (il tempio) e della pratica Zazen. Era dunque il posto dove si praticava il miglioramento dello spirito e del corpo.

Arrivando in Cina Bodhi-manda non aveva avuto una precisa traduzione; quindi, è stato sostituito con il termine taoista di Lao-Tsze.

Venne in seguito usato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, l’antica arte marziale utilizzata nel medioevo nipponico dai guerrieri Samurai, diffondendosi sino ai giorni nostri nel mondo delle arti marziali diventando così Dōjō.

Dōjō è un termine giapponese e indica il luogo dove si svolgono gli allenamenti delle arti marziali

Analizzando il Kanji che lo compone:

道 DŌ = Via, Percorso, Insegnamenti
e
場 JŌ = luogo

Quindi è il luogo dove si pratica la Via.

La parola Dōjō racchiude molteplici significati.

Il Dōjō non è una semplice palestra dove vengono eseguiti esercizi fisici, come spesso viene definito in occidente, ma è molto di più. È un percorso completo di confronto che dura una vita intera e che nella relazione interpersonale e nello scambio di energia, su ogni piano, su ogni livello, arricchisce interiormente.

Nel Budō (Via marziale) il Dōjō è lo spazio in cui si svolge l’allenamento ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con l’arte marziale.
Anticamente il Dōjō era spesso un piccolo locale situato nelle vicinanze di un tempio o di un castello, ai margini delle foreste, in modo tale che i segreti delle tecniche venissero più facilmente preservati. Con la diffusione delle arti marziali sorsero numerosi Dōjō che venivano in molti casi considerati da maestri e praticanti una seconda casa.

Il Dōjō rappresenta un luogo di meditazione, concentrazione, apprendimento, amicizia e rispetto, è il simbolo della Via dell’arte marziale.

All’interno di un Dōjō, oltre a migliorare la tecnica dell’arte marziale, si coltivano valori profondi quali il rispetto verso sé stessi e verso gli altri, l’amicizia, l’onestà, ma anche la concentrazione, la determinazione, l’equilibrio e la meditazione.

Quando entriamo nel Dōjō, dobbiamo lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, liberare la mente da tutti i pensieri che ci fanno stare male e ci dobbiamo concentrare sulla pratica.
A sua volta la costante pratica, ci aiuta a liberare la mente da tutti i pensieri che ci fanno stare male superando così i limiti, le insicurezze e le paure.
Sincerità, rispetto e umiltà sono qualità essenziali richieste ad un praticante di un’arte marziale, qualità che permettono un autentico e continuo miglioramento.

Nel Dōjō, la violenza non ha spazio; è la forza mentale che viene enfatizzata. Questo luogo, nella cultura orientale, rappresenta la ricerca della perfetta unità tra Zen (mente) e Ken (corpo). È qui che si cerca l’equilibrio tra la mente e il corpo, portando alla massima realizzazione dell’individualità. In questo spazio, i praticanti si immergono nell’arte marziale, non solo per acquisire abilità fisiche, ma anche per coltivare la saggezza e la consapevolezza interiore.

All’interno di ogni Dōjō, esistono regole ben precise che devono essere rispettate. Queste regole, discendenti dagli antichi Samurai, contribuiscono a creare un ambiente di rispetto, disciplina e crescita personale.
L’insieme di queste regole costituisce l’etichetta (Sao) cui dobbiamo conformarci. L’etichetta (il Sao) è una parte essenziale della pratica di un’arte marziale e va seguita in modo sentito e non solo formale.
Vediamo alcune di queste regole che includono:

Cura del Keikogi: l’abito della pratica deve essere tenuto pulito e in buone condizioni. Questo dimostra rispetto per l’arte marziale e per gli altri praticanti.

Silenzio e rispetto: nel Dōjō, è importante mantenere il silenzio durante la pratica. Questo favorisce la concentrazione e il rispetto per gli altri.

Pulizia e ordine: ogni studente è responsabile della pulizia del proprio spazio e dell’area circostante. Questo insegna l’importanza dell’ordine e della cura.

Comportamento educato: essere gentili, cortesi e rispettosi con gli altri è fondamentale. Questo vale sia durante l’allenamento che al di fuori del Dōjō.

Lealtà e onestà: gli antichi Samurai attribuivano grande importanza alla lealtà. Essere leali verso i Sensei (Maestri), gli altri praticanti e l’arte marziale stessa è essenziale.

In sintesi, il Dōjō non è solo un luogo fisico per l’allenamento, ma anche un ambiente in cui si coltivano valori morali e spirituali.

Concludiamo con un incantevole frammento poetico dal titolo “Dōjō”, donato da uno dei nostri appassionati praticanti, soprannominato da Ō Sensei “Bakeneko”

“… Ermetico scrigno inattaccabile.
Arcano tempio dei destini.
Denso come il mercurio e leggero come l’idrogeno.
Nella libertà del divenire fiorisce l’eterno presente.”

Valentina

Meditazione in movimento

Ciao, mi chiamo Valentina e sono una studentessa universitaria.
Pratico Ai-Jutsu da un anno e ne sento i benefici: migliora la concentrazione nello studio e infonde sicurezza, molto importante durante gli esami, ma anche nella vita di tutti i giorni.
È una meditazione in movimento che mi fa staccare dal quotidiano, rilassare, gestire meglio i cambiamenti, aumentare l’autostima e stare bene con me stessa.

Seminario Ai-Jutsu - Yoga Ai.Jutsu Novate

Immagini del Seminario di Ai-Jutsu

... per chi c’era …

… per chi voleva esserci ma non ha potuto …
… per chi ha la curiosità di partecipare…
e che lo potrà fare con il prossimo Seminario programmato per
sabato 6 maggio p.v.
 
Condividiamo alcuni momenti del Seminario di Ai-Jutsu, l’arte dell’armonia, del 15 aprile, interamente condotto dal Sensei Maharishi Sathyananda presso il Dojo di Mezzanino (PV).

Ringraziamo con tanto affetto Ōsensei per tutti i preziosi insegnamenti…
 
(per vedere il filmato clicca sull’immagine oppure qui)

L’Assemblea ordinaria dei Soci della Associazione Sportiva Dilettantistica Kriya Yoga – Ai-Jutsu Novate Milanese è indetta in prima convocazione per il 19 Aprile 2021 alle ore 15:00 presso il locale di Via Gran Paradiso n. 11 in Novate Milanese e in seconda convocazione

il 19 Aprile alle ore 21:00

 

per discutere e deliberare sul seguente Ordine del Giorno:

  1. Relazione sociale sull’attività al 31.12.2020.
  2. Rendiconto consuntivo Economico-finanziario esercizio al 31.12.2020 e preventivo esercizio 2021.
  3. Varie ed eventuali.

MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE ALL’ASSEMBLEA

In ragione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 tuttora in corso e dei conseguenti provvedimenti normativi di ogni ordine e grado, il Consiglio Direttivo dell’Associazione ha deliberato – ai fini del prioritario rispetto dei fondamentali principi di tutela della salute dei Soci – di avvalersi della facoltà, stabilita dall’art. 106 del D.L. 17 marzo, n. 18, convertito in L. 24 aprile 2020, n. 27, di prevedere che l’Assemblea si tenga senza la presenza fisica dei Soci, ma avvalendosi della piattaforma online ZOOM.

L’Assemblea sarà validamente costituita secondo le norme statutarie.

 

Novate Milanese, 24.03.2021

 

P.S. I Soci con Quota associativa in corso di validità, per accedere all’Assemblea possono richiedere ID e Password inviando mail a: aijutsu.kriyayoga.novate@gmail.com

 

ASD KRIYA YOGA – AI-JUTSU NOVATE MILANESE
Il Presidente
Contini  Furio


25 novembre

In occasione della Giornata internazionale per il contrasto alla violenza contro le donne, la nostra Associazione ha aderito alla campagna di sensibilizzazione organizzata dal Comune di Novate Milanese, che per quest’anno ha scelto, quale simbolo dell’iniziativa, un ombrello rosso. Questa scelta è dettata dal fatto che l’ombrello è universalmente riconosciuto come riparo contro le intemperie, e quindi come simbolo di protezione. Inoltre, ad ogni partecipante è stata chiesta una foto con un richiamo di un capo rosso, la scritta riportante: “1522 numero Nazionale Antiviolenza e Stalking” ed eventualmente una frase.
Per celebrare questo importante tema, che purtroppo riguarda tantissime donne, abbiamo realizzato queste fotografie che ci ritraggono in ciò che amiamo fare, abbinando ad ogni foto una nostra frase.

“Alle donne guerriere di tutti i giorni: riparatevi sotto l’ombrello della vostra forza e del vostro coraggio. Con la determinazione che è in voi, contrastate ogni tipo di violenza!”



“L’uomo che Vi limita nelle Vostre passioni ed interessi non è l’uomo giusto.
L’amore giusto Vi sostiene, Vi comprende, Vi lascia libere e Vi protegge, come un grande ombrello che offre riparo.”



“Il giorno in cui tutti gli ombrelli del pianeta
resteranno chiusi, perché nessuna donna
dovrà più aprirne uno per ripararsi dalla violenza.
Il giorno in cui ogni donna troverà in sé stessa
forza, coraggio e determinazione per contrastare
arroganza, ignoranza e prepotenza,
sarà un giorno meraviglioso, sereno, di grande dignità!
Usiamo la nostra Katana, strumento di amore e di pace,
per dissolvere ogni tipo di violenza!”



“D’amore non si muore… l’amore è vita!”



“A sostegno delle donne, contro ogni tipo di violenza, apriamo e uniamo tutti gli ombrelli creandone uno nuovo, gigantesco, affinché la violenza sulle donne non possa avere più spazio!
Donne guerriere: oggi, domani, per sempre!”



“Amatevi, perché quello non è amore”


“Siamo state amate e odiate, adorate e rinnegate, baciate e uccise, solo perché donne“

(cit. Alda Merini)


Da sempre il nostro Metodo ha posto una particolare attenzione al mondo femminile, attraverso il Progetto Donna Samurai.