Il Dōjō che portiamo dentro - Yoga - Novate - palestra

Il Dōjō che portiamo dentro: il luogo invisibile dell’Ai Jutsu

C’è un istante, all’inizio di ogni pratica, in cui il mondo sembra fermarsi. Il silenzio non è ancora silenzio, il gesto non è ancora gesto. È una soglia sottile, come il momento in cui la luce cambia prima dell’alba. È lì che il Dōjō comincia a nascere: non nello spazio che ci accoglie, ma nello spazio che si apre dentro di noi.

Molti pensano al Dōjō solo come un luogo fisico: un tatami ordinato, pareti che custodiscono simboli, un ambiente silenzioso che invita alla concentrazione. Ma il Dōjō, nella sua essenza più profonda, non è mai stato un edificio. È un atteggiamento, una postura dell’essere, un campo di presenza che si muove con il praticante. È il luogo in cui ci si incontra davvero: con il proprio corpo, con la propria disciplina, con ciò che si è e ciò che si potrebbe diventare.

Il nostro Dōjō fisico non è nato in un tempio silenzioso né in una sala dedicata. Lo abbiamo costruito – giorno dopo giorno, gesto dopo gesto – all’interno del Palazzetto dello Sport del Comune di Novate Milanese. Un luogo vivo, condiviso, attraversato da discipline diverse, da voci, da rumori, da passi che non sono i nostri.

All’inizio non è stato semplice. Il brusio costante, gli spazi non sempre ordinati, la pulizia non sempre perfetta, il movimento continuo attorno a noi: tutto sembrava allontanare l’idea di un Dōjō tradizionale. Ci siamo chiesti se fosse possibile praticare davvero in un luogo così. Se il rumore non avrebbe disturbato la concentrazione. Se il disordine non avrebbe confuso il gesto.

Eppure, proprio lì, in quel contesto imperfetto, abbiamo scoperto qualcosa di prezioso.

C’è un momento, durante la pratica, in cui il mondo esterno continua a muoversi, ma qualcosa dentro di noi si ferma. Il rumore non scompare, ma smette di essere un ostacolo. Diventa un confine. Una prova. Un insegnamento.

Abbiamo imparato a radicarci anche quando intorno tutto vibra. A respirare anche quando lo spazio non è ideale. A trovare ordine nel disordine, silenzio nel frastuono, presenza nella distrazione. È lì che il Dōjō interiore ha iniziato a mostrarsi con più chiarezza: non come un rifugio dal mondo, ma come un modo di stare nel mondo.

Il Palazzetto, con la sua vitalità e le sue imperfezioni, ci ha insegnato che la concentrazione non è un dono fragile che si spezza al primo rumore, ma una scelta che si rinnova. Una postura interna che non dipende dalle condizioni esterne. Una ricchezza che si costruisce proprio quando le condizioni non sono perfette.

Ci sono luoghi che non si trovano sulle mappe. Luoghi che non si possono fotografare, perché non hanno pareti né porte. Eppure esistono, e chi li attraversa ne porta il segno per tutta la vita. Il Dōjō interiore è uno di questi luoghi.

Ogni praticante di Ai Jutsu lo incontra prima o poi: in un istante di silenzio, in una caduta, in un gesto che improvvisamente diventa più vero di tutti gli altri. È un luogo che non si eredita e non si conquista: si riconosce. E quando lo si riconosce, si capisce che la pratica non è mai stata solo tecnica, ma un modo di abitare sé stessi.

Ogni volta che inspiriamo prima di un movimento, ogni volta che ascoltiamo il nostro centro o sentiamo i piedi radicarsi sul tatami, stiamo aprendo la porta del nostro Dōjō interiore. È uno spazio senza confini, ma non per questo facile da raggiungere. Per entrarvi serve un gesto preciso: la scelta di esserci.

Nel Dōjō interiore non si affronta un avversario esterno, ma un avversario più sottile: la dispersione, la fretta, la distrazione che ci allontana da noi stessi. Qui la disciplina diventa cura, la tecnica diventa ascolto, la forza diventa responsabilità.

È un luogo dove si impara a riconoscere le proprie tensioni, a trasformarle, a lasciarle andare. Dove si impara a stare nel corpo senza giudizio, a muoversi con intenzione, a respirare con lucidità. Dove la caduta non è una sconfitta, ma un ritorno alla terra. Dove rialzarsi non è un trionfo, ma un atto di continuità.

Il Dōjō interiore non accetta maschere. È un maestro silenzioso che ci ricorda che la crescita non è un evento, ma un ritorno continuo: tornare al respiro, tornare al centro, tornare a sé.

Eppure, il Dōjō fisico rimane fondamentale. Non come contenitore, ma come specchio. La sua struttura, i suoi silenzi — o i suoi rumori — la sua ritualità, non sono ornamenti: sono strumenti pedagogici. Sono coordinate che aiutano il praticante a orientarsi dentro di sé.

Nel nostro caso, il Palazzetto dello Sport ci ha offerto un insegnamento in più: la capacità di trovare presenza anche quando l’ambiente non la favorisce. La possibilità di condividere lo spazio con altre discipline, di osservare altri corpi in movimento, di sentirci parte di una comunità più ampia. Un Dōjō che non si chiude, ma si apre.

Nell’Ai Jutsu, il Dōjō non è un luogo dove si diventa più forti, ma più presenti. Non si pratica per vincere, ma per comprendere. Non si studia la tecnica per dominare, ma per liberare.

Il Dōjō è un laboratorio di umanità: un luogo dove si sperimenta la possibilità di essere più integri, più consapevoli, più liberi. È il punto in cui la tecnica incontra la presenza, in cui il gesto diventa intenzione, in cui il corpo diventa linguaggio.

È un luogo che educa senza parlare, che guida senza imporre, che accoglie senza trattenere.

Quando il praticante esce dal Dōjō fisico, il Dōjō interiore lo segue. Lo accompagna nelle relazioni, nel lavoro, nelle scelte quotidiane. Diventa un modo di stare nel mondo: più centrato, più attento, più responsabile.

Il Dōjō non è un luogo da visitare, ma un luogo da custodire. È una promessa che si rinnova ogni volta che si inspira profondamente e si torna a sé. È un impegno silenzioso: portare nel mondo la stessa presenza che si coltiva sul tatami, trasformando ogni gesto in un’occasione di consapevolezza.

E come diceva il Maestro Gorō ai suoi allievi:

Non cercate il Dōjō perfetto. Cercate il Dōjō che vi abita. Quando lo troverete, nessuna tempesta potrà portarvelo via.”

 

Approfondimento – Il Maestro Gorō e le storie del Dōjō invisibile

Molti maestri leggendari erano rōnin: guerrieri rimasti senza signore, che dedicavano la vita allo studio della Via marziale e alla ricerca interiore. Del Maestro Gorō non si conosce molto: né le sue origini, né il luogo esatto in cui nacque, né la scuola a cui appartenne. La sua figura è avvolta da un velo di silenzio, come accade spesso per coloro che hanno lasciato più insegnamenti che tracce.

Ciò che è giunto fino a noi non è una biografia, ma un’eredità. Un modo di guardare alla pratica, un modo di stare nel mondo, un modo di intendere il Dōjō che continua a parlare anche oggi.

E noi, che ogni giorno pratichiamo in un luogo vivo e imperfetto come il Palazzetto dello Sport, non possiamo che riconoscere quanto i suoi insegnamenti risuonino nella nostra esperienza. Il suo messaggio attraversa il tempo e le distanze: non è importante dove ci si allena, ma come ci si allena. Non è il luogo a creare il Dōjō, ma la presenza di chi lo abita.

Forse è proprio questo il motivo per cui la figura di Gorō continua a ispirare: perché lascia aperta la porta all’immaginazione, alla ricerca, alla possibilità di scoprire in lui ciò che serve a noi oggi. Non un Maestro da studiare, ma un Maestro da ascoltare.

Il Maestro Gorō: colui che vedeva il silenzio

Del Maestro Gorō si racconta che non avesse mai bisogno di alzare la voce. Entrava nel Dōjō come si entra in un giardino: con passo lento, con un’attenzione che sembrava toccare ogni cosa. Non era imponente, né severo. Era presente. Una presenza così intensa da rendere superflue le parole.

Gli allievi dicevano che Gorō non iniziava mai una lezione finché il suo respiro non diventava più lento del rumore intorno. Solo allora, affermava, il Dōjō era pronto. Per lui, il silenzio non era un’assenza di suoni, ma un modo di ascoltare.

Si racconta che avesse praticato in ogni tipo di luogo: in un cortile polveroso, in una stanza condivisa con altre discipline, sotto la pioggia, in un magazzino abbandonato vicino al porto. Ovunque andasse, il Dōjō sembrava seguirlo. O forse era lui a portarlo con sé.

Quando gli chiedevano quale fosse il segreto, rispondeva soltanto:

“Il Dōjō non è dove metti i piedi. È dove metti l’attenzione.”

Una delle storie più amate dagli allievi racconta che Gorō, da giovane, cercasse ossessivamente il Dōjō perfetto. Visitò scuole prestigiose, templi antichi, sale silenziose immerse nei boschi. Ma ogni volta trovava qualcosa che non andava: un rumore, una distrazione, un dettaglio fuori posto.

Un giorno incontrò un anziano maestro che praticava in mezzo a un mercato all’aperto. Intorno a lui c’erano venditori che gridavano, bambini che correvano, animali che si muovevano tra le bancarelle. Eppure, il suo gesto era limpido come acqua ferma.

Gorō gli chiese come potesse concentrarsi in un luogo così caotico.

L’anziano sorrise:

“Se impari a sentire il tuo centro qui, lo sentirai ovunque.”

Quella frase cambiò la sua vita. Da allora, Gorō smise di cercare il Dōjō perfetto e iniziò a costruire il proprio Dōjō interiore.

Le storie che circondano il Maestro non parlano solo di lui. Parlano di un’intera genealogia di praticanti che, come fili di un tessuto, hanno contribuito a formare la sua visione.

Il giovane che non sopportava il rumore

Un allievo si lamentava continuamente: il vento, i passi, le voci, tutto lo distraeva. Un giorno Gorō gli disse:

“Se il mondo deve fermarsi perché tu ti concentri, non stai praticando. Stai chiedendo al mondo di praticare al posto tuo.”

Il giovane comprese che il vero avversario non era il rumore, ma la sua dipendenza dal silenzio.

La donna che praticava tra due respiri

Si narra di una donna che praticava di notte, in una stanza piccola, mentre la famiglia dormiva. Non aveva spazio, non aveva tempo, non aveva silenzio. Eppure, Gorō la ricordava come una delle praticanti più profonde:

“Aveva trovato il Dōjō più silenzioso del mondo: quello tra due respiri.”

La sua storia ricorda che il Dōjō interiore non richiede condizioni ideali, ma sincerità.

Il guerriero che temeva il silenzio

Un altro allievo, al contrario, aveva paura del silenzio. Nel silenzio sentiva emergere parti di sé che non voleva vedere. Gorō gli insegnò che:

“Il silenzio non è vuoto. È spazio per ascoltare ciò che hai sempre evitato.”

Il guerriero capì che la pratica non serve a fuggire da sé stessi, ma a incontrarsi.

L’ultimo Dōjō del Maestro

Negli ultimi anni, Gorō praticava in un vecchio magazzino vicino al porto. Il pavimento era irregolare, il vento entrava dalle finestre rotte, e il rumore delle navi copriva ogni pensiero. Un allievo gli chiese perché non cercasse un luogo migliore.

Gorō rispose:

“Perché qui non posso illudermi che il silenzio venga da fuori.”

E continuò a praticare, come se quel magazzino fosse il tempio più perfetto del mondo.

Le leggende su Gorō risuonano profondamente nella nostra esperienza. Anche noi abbiamo imparato che il Dōjō non è fatto di pareti, ma di presenza. Che il rumore non è un nemico, ma un maestro. Che condividere lo spazio con altre discipline non è una limitazione, ma un’opportunità.

Il Dōjō interiore non nasce quando tutto è perfetto. Nasce quando scegliamo di esserci, nonostante tutto.

E forse è proprio questo il lascito più grande del Maestro Gorō:

“Non cercate il Dōjō perfetto. Cercate il Dōjō che vi abita. Quando lo troverete, nessuna tempesta potrà portarvelo via.”

Dōjō

Dōjō, luogo dell’illuminazione

Troviamo l’origine della parola Dōjō in India. In alcuni testi troviamo riportato che questo luogo si riferiva all’area in cui Gautama Buddha si dedicava all’istruzione. In altri lo troviamo nel libro sacro buddista Sutra. In Sanscrito troviamo la corrispondenza con il termine Bodhi-manda.

Bodhi significa letteralmente illuminazione, risveglio; manda definisce lo stato di luogo. Possiamo dunque dire che Bodhi-manda indica il luogo dove Buddha si è illuminato, risvegliato.

Successivamente l’espressione è stata utilizzata per indicare i posti dove Buddha insegnava. Inizialmente questa parola era usata per definire il luogo di studio dei monaci (il tempio) e della pratica Zazen. Era dunque il posto dove si praticava il miglioramento dello spirito e del corpo.

Arrivando in Cina Bodhi-manda non aveva avuto una precisa traduzione; quindi, è stato sostituito con il termine taoista di Lao-Tsze.

Venne in seguito usato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, l’antica arte marziale utilizzata nel medioevo nipponico dai guerrieri Samurai, diffondendosi sino ai giorni nostri nel mondo delle arti marziali diventando così Dōjō.

Dōjō è un termine giapponese e indica il luogo dove si svolgono gli allenamenti delle arti marziali

Analizzando il Kanji che lo compone:

DŌ = Via, Percorso, Insegnamenti
e
JŌ = luogo

Quindi è il luogo dove si pratica la Via.

La parola Dōjō racchiude molteplici significati.

Il Dōjō non è una semplice palestra dove vengono eseguiti esercizi fisici, come spesso viene definito in occidente, ma è molto di più. È un percorso completo di confronto che dura una vita intera e che nella relazione interpersonale e nello scambio di energia, su ogni piano, su ogni livello, arricchisce interiormente.

Nel Budō (Via marziale) il Dōjō è lo spazio in cui si svolge l’allenamento ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con l’arte marziale.
Anticamente il Dōjō era spesso un piccolo locale situato nelle vicinanze di un tempio o di un castello, ai margini delle foreste, in modo tale che i segreti delle tecniche venissero più facilmente preservati. Con la diffusione delle arti marziali sorsero numerosi Dōjō che venivano in molti casi considerati da maestri e praticanti una seconda casa.

Il Dōjō rappresenta un luogo di meditazione, concentrazione, apprendimento, amicizia e rispetto, è il simbolo della Via dell’arte marziale.

All’interno di un Dōjō, oltre a migliorare la tecnica dell’arte marziale, si coltivano valori profondi quali il rispetto verso sé stessi e verso gli altri, l’amicizia, l’onestà, ma anche la concentrazione, la determinazione, l’equilibrio e la meditazione.

Quando entriamo nel Dōjō, dobbiamo lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, liberare la mente da tutti i pensieri che ci fanno stare male e ci dobbiamo concentrare sulla pratica.
A sua volta la costante pratica, ci aiuta a liberare la mente da tutti i pensieri che ci fanno stare male superando così i limiti, le insicurezze e le paure.
Sincerità, rispetto e umiltà sono qualità essenziali richieste ad un praticante di un’arte marziale, qualità che permettono un autentico e continuo miglioramento.

Nel Dōjō, la violenza non ha spazio; è la forza mentale che viene enfatizzata. Questo luogo, nella cultura orientale, rappresenta la ricerca della perfetta unità tra Zen (mente) e Ken (corpo). È qui che si cerca l’equilibrio tra la mente e il corpo, portando alla massima realizzazione dell’individualità. In questo spazio, i praticanti si immergono nell’arte marziale, non solo per acquisire abilità fisiche, ma anche per coltivare la saggezza e la consapevolezza interiore.

All’interno di ogni Dōjō, esistono regole ben precise che devono essere rispettate. Queste regole, discendenti dagli antichi Samurai, contribuiscono a creare un ambiente di rispetto, disciplina e crescita personale.
L’insieme di queste regole costituisce l’etichetta (Sao) cui dobbiamo conformarci. L’etichetta (il Sao) è una parte essenziale della pratica di un’arte marziale e va seguita in modo sentito e non solo formale.
Vediamo alcune di queste regole che includono:

Cura del Keikogi: l’abito della pratica deve essere tenuto pulito e in buone condizioni. Questo dimostra rispetto per l’arte marziale e per gli altri praticanti.

Silenzio e rispetto: nel Dōjō, è importante mantenere il silenzio durante la pratica. Questo favorisce la concentrazione e il rispetto per gli altri.

Pulizia e ordine: ogni studente è responsabile della pulizia del proprio spazio e dell’area circostante. Questo insegna l’importanza dell’ordine e della cura.

Comportamento educato: essere gentili, cortesi e rispettosi con gli altri è fondamentale. Questo vale sia durante l’allenamento che al di fuori del Dōjō.

Lealtà e onestà: gli antichi Samurai attribuivano grande importanza alla lealtà. Essere leali verso i Sensei (Maestri), gli altri praticanti e l’arte marziale stessa è essenziale.

In sintesi, il Dōjō non è solo un luogo fisico per l’allenamento, ma anche un ambiente in cui si coltivano valori morali e spirituali.

Concludiamo con un incantevole frammento poetico dal titolo “Dōjō”, donato da uno dei nostri appassionati praticanti, soprannominato da Ō Sensei “Bakeneko

“… Ermetico scrigno inattaccabile.
Arcano tempio dei destini.
Denso come il mercurio e leggero come l’idrogeno.
Nella libertà del divenire fiorisce l’eterno presente.”