Hanumanāsana - Il salto che ricorda chi siamo
Ogni volta che qualcuno entra in Hanumanāsana, accade qualcosa di sottile, quasi impercettibile, ma capace di cambiare il modo in cui si abita il proprio corpo. Le anche si aprono, il respiro si distende, e il corpo sembra ricordare qualcosa che la mente aveva dimenticato. Guardando Federica nell’Āsana, con quella calma che nasce dai movimenti fatti con presenza, è facile immaginare la scena: un eroe che prende la rincorsa, un oceano da attraversare, un salto che diventa leggenda.
Questa postura, che oggi riconosciamo come una delle più iconiche dello yoga moderno, affonda però le sue radici in un racconto molto più antico. Nel Rāmāyaṇa, uno dei grandi poemi epici dell’India, Hanumān è il devoto servitore del principe Rāma. Quando Sītā, la sposa di Rāma, viene rapita e portata sull’isola di Laṅkā, Hanumān decide di cercarla. Ma tra lui e l’isola c’è un oceano immenso, un confine che nessun essere umano potrebbe superare. È allora che accade l’impossibile: Hanumān ricorda la sua vera natura, figlio del vento, e compie un unico, prodigioso balzo che lo porta dall’altra parte del mondo. Non è un salto di forza, ma di consapevolezza. È il momento in cui l’eroe smette di dubitare e si affida completamente al proprio Dharma.
Hanumanāsana celebra proprio quell’istante: il corpo che si apre come un ponte, la terra che si allontana, il cuore che si espande oltre i propri limiti. Non è un gesto atletico, ma un atto di fede. È un modo per ricordare che ogni salto — fisico, emotivo, spirituale — nasce da un luogo che non si vede ma si sente.
Nei testi antichi, Hanumān appare ovunque come simbolo di forza, umiltà e devozione. Nel Rāmāyaṇa è l’eroe che non esita; nel Mahābhārata è la presenza silenziosa che protegge; nei Purāṇa è il ponte vivente tra umano e divino. La postura, così come la conosciamo oggi, non è descritta nei manuali classici dell’Haṭha Yoga, ma il suo spirito è già lì, nelle storie che attraversano secoli di tradizione. È come se la pratica moderna avesse dato forma fisica a un gesto che la cultura indiana custodiva da millenni.
Anche l’iconografia contribuisce a questo immaginario: Hanumān che vola verso Laṅkā con il corpo proteso in avanti, la coda che si curva come un pennello nel vento; Hanumān che si apre il petto per mostrare Rāma e Sītā nel suo cuore; Hanumān che solleva un’intera montagna per portare erbe medicinali ai guerrieri feriti. Ogni immagine è un invito a ricordare che la forza non è mai separata dalla dolcezza, e che il coraggio non esiste senza la devozione.
Eppure, mentre il mito ci parla di oceani e isole lontane, il corpo ci riporta alla concretezza della pratica. Hanumanāsana è una postura complessa, che richiede pazienza, ascolto e un profondo rispetto dei propri limiti. Le anche si aprono lentamente, i flessori dell’anca si distendono come corde tese che imparano a fidarsi, gli ischiocrurali si allungano lungo la gamba avanzata, il bacino cerca un equilibrio che non è mai rigido ma vivo. È un lavoro che coinvolge muscoli profondi, ma anche la parte più sottile del sistema nervoso: quella che regola la calma, la capacità di ammorbidire e di restare presenti.
In questo senso, l’Āsana diventa un laboratorio di consapevolezza. Non si può forzare, non si può pretendere: si può solo accompagnare. Ogni millimetro è un dialogo, ogni respiro un ponte. E quando finalmente il corpo si distende, non è mai una conquista, ma un incontro. Un modo per dire a sé stessi: “Posso attraversare ciò che temevo”.
Forse è per questo che, osservando Federica nell’Āsana, si percepisce qualcosa che va oltre la tecnica. Non è solo una postura: è un racconto che prende forma. È il mito che si fa carne, la leggenda che diventa gesto quotidiano, la memoria di un salto impossibile che ognuno di noi, in modi diversi, continua a compiere.
Una cosa che spesso sorprende chi pratica yoga è che la flessibilità non è un dono misterioso, ma un processo fisiologico molto concreto. I muscoli non “si allungano” come elastici: sono i recettori nervosi — i fusi neuromuscolari — a imparare che quel movimento è sicuro. Con la pratica costante, il sistema nervoso smette di interpretare l’allungamento come un pericolo e permette al corpo di andare un po’ più in là. È un dialogo, non una forzatura.
Hanumanāsana richiede l’apertura simultanea di due catene muscolari che, nella vita quotidiana, lavorano quasi sempre in modo opposto: la catena posteriore della gamba avanzata e la catena anteriore della gamba posteriore. È come chiedere al corpo di raccontare due storie diverse nello stesso momento. Ecco perché molti la vivono come una sfida emotiva oltre che fisica.
La difficoltà non è solo muscolare. Gli allungamenti profondi attivano il sistema parasimpatico, quello della calma, ma prima passano attraverso una soglia di resistenza emotiva. Molti sentono frustrazione, impazienza, o il desiderio di “mollare”. Non è debolezza: è biologia.
Gli studi sulla mobilità mostrano che la flessibilità migliora con la ripetizione costante, la respirazione lenta e l’assenza di forzatura. Non serve “spingere di più”, serve tornare, ogni volta un po’ più presenti.
Nelle raffigurazioni antiche Hanumān non è mai fermo: vola, salta, solleva montagne. Forse per questo, quando entriamo nella sua Āsana, sentiamo che qualcosa dentro di noi vuole muoversi, anche se il corpo è immobile. È come se la postura custodisse un’eco del suo slancio, un invito a ricordare che ogni attraversamento — anche il più piccolo — è già un atto di coraggio.
E allora Hanumanāsana smette di essere una spaccata perfetta e diventa un luogo interiore: un punto in cui mito, corpo e respiro si incontrano. Un gesto che non chiede di essere raggiunto, ma ascoltato. Un ponte tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. Perché, in fondo, ogni salto nasce da un istante di fiducia: basta un respiro, e l’orizzonte si apre.